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"GRINDHOUSE - A PROVA DI MORTE" di Quentin TarantinoChe fine ha fatto Tura Satana?di Enrico Ruffato Quante belle ragazze ci vogliono per girare un B-movie? Quante più il budget permette di scritturarne. Cosa deve succedere a queste belle ragazze, per fare del film di cui sono protagoniste un B-movie? Devono essere tormentate, perseguitate, mutilate e uccise. Possibilmente da un maniaco. È quanto succede a Jungle Julia, Arlene, Shanna e Pat in Grindhouse - A prova di morte (Death proof). Attenzione, però: in ogni film di consumo che si rispetti è previsto un secondo tempo, in cui la violenza assassina del maniaco verrà punita (in modo altrettanto violento). L’ultimo film di Quentin Tarantino vuole presentarsi come un omaggio al cinema popolare degli anni ’60 e ’70, quello fatto di montaggio terribile, motori rombanti, dialoghi assurdi e sangue a secchiate. Purtroppo però, il tentativo di riprodurre volontariamente la scarsa qualità artistica e tecnica che contraddistingueva le (godibilissime) pellicole dell’epoca rischia di mancare il bersaglio. Alla presentazione dell’opera, i fan del creatore di Pulp Fiction e Kill Bill hanno nominato registi e film sacri per il genere (oltre a quelli che già Tarantino cita all’interno del film, facendo nomi e cognomi); ma dove sono, qui, le esplosioni di violenza a cui Roger Corman ci aveva abituati? Non è forse un po’ troppo far attendere allo spettatore quasi un’ora, prima del massacro delle bellezze discinte? Uno spettatore da B-movie avrebbe lasciato la sala. Hersell Gordon Lewis (Blood feast, Gore Gore Girls) forse avrebbe gradito più sangue e meno attenzione ai problemi delle ragazze (a cosa serve sapere che Jungle Julia è arrabbiata col suo ragazzo? Non è il sentimentalismo che ci interessa), John Waters (Nuovo Punk Story, A morte Hollywood!) avrebbe richiesto più cattivo gusto, che poi è il vero “nettare” che noi spettatori cattivi e poco intellettuali cerchiamo di suggere da questo ramo della Settima Arte. Tura Satana, l’indimenticabile Varla di Faster, pussycat! Kill! Kill!, rideva felice mentre schiacciava un uomo con la propria auto. E non faceva altro che uccidere, dimenarsi e combattere a colpi di karate, per tutto il film. Lei e le altre eroine pettorute di Russ Meyer (Lorna, Motorpsycho!) possedevano uno charme di gran lunga superiore a quella delle vendicatrici bruttine di Death proof. Grindhouse - A prova di morte rimane comunque un film spiritoso e tecnicamente raffinato. Il cinema è soprattutto divertimento, e poco male se a volte è grossolano: ma è raro e difficile riuscire a ricreare, nell’epoca di internet e dei reality show, il fascino di opere che nascevano in situazioni economiche a dir poco disastrose, e che dovevano incontrare i gusti di un pubblico che cercava in una pellicola un intrattenimento facile, immediato. Forse noi spettatori del secondo millennio a volte chiediamo ancora un intrattenimento di questo genere: purtroppo, l’ultima fatica di Quentin Tarantino, nonostante alcune scene spettacolari e di grande maestria (l’inseguimento in macchina nel secondo tempo), non riesce a soddisfare del tutto questa esigenza. E poi va detto che, a differenza dei veri B-movies… in Death proof non c’è neanche una donna nuda!
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