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"GUY AND MADELINE ON A PARK BENCH" DI DAMIEN CHAZELLE“Ho lasciato il cuore a Cincinnati”di Ilaria Falcone Guy e Madeline sono fidanzati da tre mesi.
Esistono lui, lei, il jazz e la città Boston.
Lui è un trombettista emergente di Boston, lei una ragazza introversa alla ricerca di un lavoro. Quando Guy conosce Elena su un vagone affollato della metropolitana, la storia tra lui e Madeline sembra giunta al capolinea. Madeline si trova così a dover rimettere ordine nella sua vita: si trasferisce in un nuovo appartamento, cerca un impiego ed esce con altre persone. Tutto cambia quando, nel corso di un viaggio a New York, conosce un ragazzo francese di nome Paul.
Guy and Madeline on a park bench si propone come una commedia musicale, se non addirittura musical. Non è del tutto esatto. Ma partiamo da capo. Questo film è nato come progetto di cortometraggio di fine corso dell’Università di Harvard, dove il ventiquattrenne Damien Chazelle si è laureato. Questo progetto dopo tre anni di lavorazione si è trasformato in un lungometraggio, presentato in concorso al Torino Film Festival. Chazelle, batterista jazz, ha voluto anche raccontare un mondo che conosce bene: l’ambiente di Boston e dei musicisti jazz, che lui definisce “un mondo in cui nessuno dice realmente quello che pensa, in cui una storia d’amore può finire con una telefonata.” L’idea di partenza da parte del regista è stata quella di fare un musical. Beh, è riuscito a realizzare un’opera ben lontana dal concetto che si può avere di musical. È vero che la musica è un elemento preponderante del film. Ma è lunga la strada per configurare una struttura da commedia musicale. Chazelle sostiene di aver voluto fare un film in cui la gente iniziasse a cantare e ballare come fosse la cosa più normale del mondo. Il problema tra obiettivo e realizzazione è la capacità, il difetto è l’ambizione, di mettere in pratica la volontà. Il risultato è uno sbilanciamento di sceneggiatura, che rende attoniti. Guy and Madeline on a park bench ce la mette tutta per riuscire a emergere in fatto di sperimentazione e innovazione. Ma l’eccessiva ricerca di una formula semplice di innovazione appesantisce un film che vaga cercando una concretezza e una coerenza. Gli sbalzi tra parti cantate e ballate (2) e il resto della sceneggiatura sono eccessivi e, a volte, invasivi. Girato in bianco e nero, scelta che ben si accompagna alla deliziosa colonna sonora, ma che non agevola l’apprezzamento, così come lo si è previsto in fase di produzione. Interessante in questa pellicola è la tecnica documentaristica della regia, la sua analisi del quotidiano e dei particolari che sanno farsi addirittura dialogo.
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