“Gaber se fosse Gaber” di Andrea Scanzi

Una lezione sull'artista che era amico di tutti, ma compagno di nessuno

Parafrasando Celentano, “L’emozione non ha voce”, e racchiudere in
una pagina quarant’anni di lucide emozioni come lo sono stati gli anni
della carriera di Giorgio Gaber è impresa impossibile.
Ieri sera è stato (quasi) tutto perfetto: lo spettacolo “Gaber se
fosse Gaber” di Andrea Scanzi, il trentun gennaio 2012 al Cinema
Teatro Verdi di Breganze (Vicenza).

Il “giornalista d’acciaio”, il giornalista che aveva fatto alzare
e uscire Emilio Fede dallo studio del Tg4 durante un collegamento con
“Annozero”, lo stesso giornalista che, poco più di un mese fa, ha
fatto arrossire Minzolini ospite a “Ma anche no” su La7. Non lo
avevo mai visto così, Andrea Scanzi. Emozionato, sanguigno. E’ stato
bello.

“Fuori piove un mondo freddo” per davvero. Fuori c’è il “Signor
G” di una libertà che è partecipazione, una libertà quasi sguaiata,
abusata. Quella americana, quella che “ognuno suona come vuole, tutti
suonano come vuole la libertà”. Dentro c’è tutto il resto. Dentro
c’è davvero Giorgio che, come ha detto Scanzi, era seduto in mezzo a
noi, tra gli ultimi posti della sala, e si divertiva, si sentiva a
casa.
Audace, Scanzi, pungente, forse talvolta ai limiti della retorica. No,
Scanzi non è mai retorico e se l’ha detto vuol dire non che Gaber era
lì, insieme a noi, ma che lui l’ha visto.

Scanzi parla bene, si sa presentare e segue un filo logico chiaro.
Gaber è lì, nelle immagini e nei video, tutti inediti, e nelle sue canzoni
piene che trasudano passione. Dal Gaber televisivo delle canzonette
degli anni Sessanta all’approdo in teatro, insieme al pittore
viareggino Sandro Luporini, dieci anni dopo. Un decennio vissuto al
massimo, quello, con spesso più di duecento spettacoli all’anno. E
così, gli anni Ottanta e un Gaber temerario e censurato, perché
scrivere una canzone d’accusa verso trent’anni di politica
democristiana mafiosa e ottusa e, soprattutto, verso Aldo Moro, a due
anni dalla sua uccisione da parte delle Brigate Rosse, era qualcosa di
inaccettabile. Infine, con gli anni Novanta, un Gaber bistrattato. Un
Gaber malato, e per questo incazzato? Ma “quando è merda è merda”
e ricondurre i due pessimismi delle personalità di Leopardi e Gaber ai
loro problemi fisici, nella società in cui vige l’obbligo di stare
bene, è comodo, ma anche profondamente irrispettoso.
Sarebbe stato bello esserci agli spettacoli del Signor G. Consapevoli
che saremmo stati noi, magari, i bersagli di “Quando è moda è
moda” o “Qualcuno era comunista”. Poi, però, con “Il dilemma”
ci saremmo commossi, proprio come ieri sera e, una volta accese le
luci, davanti a noi non un fotogramma, ma gli occhi soddisfatti di un grande artista, mito di tutti, ma compagno di nessuno. Perché diverso, unico.

“C’è una fine per tutto e non è detto che sia sempre la morte”.
Grazie, Signor G.

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