Gassmann porta la complessa realtà del mondo del lavoro al femminile sul palcoscenico

In “sette minuti” di Massini i confini tra realtà vissuta e messinscena sfumano: unica concessione al sogno, gli effetti tridimensionali creati da proporzioni e prospettive

La crisi economica e il lavoro precario gettano ombre sul futuro di molti, uomini e donne di ogni età, minano speranze, demoliscono prospettive. Nei giorni in cui esce nelle sale cinematografiche “Due giorni, una notte” dei fratelli Dardenne, dolorosa e intensa riflessione sulla lacerazione del sé e dei rapporti umani provocata dalla minaccia della perdita del posto di lavoro, dal 20 novembre in tournèe a teatro, c’è 7 minuti, di Stefano Massini, per la regia di Alessandro Gassman, con Ottavia Piccolo a capeggiare una compagnia di dieci attrici,tutte donne.

Tratto da un fatto di cronaca, il testo si basa sul racconto del duro braccio di ferro tra le operaie di una fabbrica di tessuti di Yssingeaux, nell’Alta Loira, e la nuova proprietà subentrata al controllo, che subito minaccia licenziamenti e poi propone una finta soluzione. Il mantenimento dei livelli di occupazione in cambio di una apparentemente piccola rinuncia da parte delle lavoratrici. Rinunciare a sette dei quattordici minuti di pausa previsti in un turno di otto ore. Che cosa sono sette minuti? Sono Quattrocentoventi secondi di vita. Undici donne, un consiglio di fabbrica che dura dal tramonto all’alba. Una votazione per decidere se accettare la proposta o rifiutarla. A che cosa si è disposti a rinunciare pur di lavorare? Questa la domanda che percorre tutta la durata dello spettacolo. La risposta è affidata a undici donne, tutte diverse tra loro. Madri, figlie, anziane, giovani, straniere, italiane, impiegate, operaie. Personalità diverse, i cui bisogni personali sembrano prevalere sull’interesse comune. Schiacciate da un meccanismo che basa il suo potere sulla paura, quella che divide, che impedisce qualsiasi forma di solidarietà, che rende deboli. Bianca, il personaggio interpretato da Ottavia Piccolo, è all’inizio l’unica voce fuori dal coro, quella che tenta di convincere le altre ad una forma di dignitosa resistenza, al rispetto di sé e alla salvaguardia dei propri diritti di lavoratrici e di esseri umani. Il finale è aperto, non conosciamo l’esito della votazione.

Ispirato all’incalzante dibattito della Parola ai giurati di Lumet, lo spettacolo scorre veloce e asciutto, tagliente, moderno e senza fronzoli. Un teatro politico, in cui i confini tra realtà e messa in scena si sfumano fino a scomparire, che offre spunti per interessanti riflessioni sulla società contemporanea, sulle dinamiche del potere e le incertezze del futuro. Unica concessione al sogno lo splendido gioco di proiezioni e prospettive a ricreare sul palco attraenti effetti tridimensionali.