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Gli Afterhours in concerto al Teatro Salieri di LegnagoIl 28 marzo il gruppo si è esibito in concertodi Marco Zanella Una sola luce accende il centro del palco. Due passi ed è già al centro della scena. Una mano afferra il microfono. L’altra tiene in mano quattro fogli bianchi. Unici elementi chiari che splendono nella scenografia scura e nel suo completo nero. Giacca e pantaloni dello stesso colore. I capelli stirati e lisci cadono dritti. La voce inizia a leggere le frasi. Con il fare da attore navigato, l’attenzione delle persone in sala si concentra su ogni parola pronunciata. Il silenzio attorno. Tranne per il sottofondo musicale confezionato da Xavier Iriondo. I fogli scivolano via sul palco uno dopo l’altro, fino a quando arriva all’ultima riga dell’ultimo foglio. Solo allora Manuel Agnelli alza lo sguardo verso il pubblico. Legge le ultime parole. Appallottola il foglio e lo fa cadere per terra. Abbraccia la chitarra e comincia a suonare. Inizia così il Teatro degli Afterhours.
Il 28 marzo al teatro Salieri di Legnago in provincia di Verona non c’era un posto libero. Dalla platea al loggione, ogni poltroncina era occupata. Tutti incuriositi da questa sorta di esperimento musicale. Il rock alternativo di una delle band storiche del movimento indie italiano racchiuso nelle classiche pareti dei teatri italiani. Firenze, Roma, Torino, Bologna, Milano sono solo alcune tappe toccate prima della grande chiusura al "nuovo di zecca" Petruzzelli di Bari. Niente locali per questo tour che non è affatto una banale serie di date acustiche. Si tratta di un vero e proprio spettacolo fatto per il teatro. In cui la letteratura incontra la musica. Dove i versi e gli accordi di Agnelli e soci si mischiano ai brani e alle parole di Flaiano e di Pasolini. Dove non passa inosservata la creazione scenografica, le proiezioni, i giochi di luce. Sia che si tratti di una canzone o di un testo recitato, il pubblico assiste in religioso e composto silenzio. Senza muoversi, senza saltare, senza alzare le braccia. Come se stesse assistendo ad una piece drammatica e non ad un concerto pieno di chitarre elettriche. Nell’aria, c’è un silenzio mistico rotto solo dagli applausi convinti al termine di ogni intervento, recitato o suonato. Il pubblico non prova nemmeno a cantare le canzoni. O al massimo, qualche temerario muove solo le labbra ma senza produrre alcun rumore di disturbo. La vera protagonista - e non poteva essere altrimenti - rimane la musica graffiante e acida degli Afterhours. Quello che era stato dichiarato come un concerto "dai volumi abbassati" in rispetto del luogo, non ha cambiato di una virgola l’enorme potenza delle chitarre della band, che non si è limitata per niente e ha dato sfogo a tutta la passione ed energia, suonando per due ore e passa, alternando di continuo le emozioni e alterando i sensi del pubblico. Accecando con luci abbaglianti gli occhi degli spettatori o giocando a nascondersi dietro ad un velo bianco e lasciando "suonare" le proprie ombre riflesse. La scaletta proponeva brani per vecchi aficionados, tralasciando i grandi successi più commerciali. Una ricerca dei tesori nascosti, molti creati e nati nel vecchio millennio: Punto G, Pelle e Musicista contabile, o qualche scorribanda negli ultimi dischi come Ballata per la mia piccola iena. Ma niente cose del tipo Voglio una pelle splendida, Non è per sempre o Male di miele. Quelle, insomma, che un po’ tutti conoscono. Quando poi Manuel Agnelli abbandona l’elettrica per affidarsi alle dure ma gentili corde dell’acustica l’atmosfera cambia. Smette di essere carica di elettricità e adrenalina per farsi semplice emozione. Scorrono dalla cassa armonica fin dentro alla pelle ogni singola nota di Il paese è reale, affidato agli arpeggi di Agnelli e all’archetto di Rodrigo D’Erasmo. Ogni musicista era in uno stato di grazia divina. Anche gli ospiti. Ad iniziare dall’ex Xavier Iriondo (è sempre bello riaverlo li in mezzo ai vecchi compagni) e Emidio Clementi (voce dei Massimo Volume, e interprete migliore di Agnelli quando c’era da recitare i testi). Una serata e uno spettacolo degno di essere ricordato a lungo, che probabilmente avrà emozionato anche il fan più scatenato, che per una sera si è trattenuto ed è rimasto seduto composto sulla poltroncina senza andare a pogare sotto al palco. Una serata degna di essere ricordata forse perché rappresenta una rarità, una perla che pochi almeno in Italia sono capaci di imitare, e che nemmeno gli Afterhours riproporranno in futuro. Il concerto si chiude con la band che smette di suonare uno per volta, appoggiano il loro strumento e salutano il pubblico, prendendosi il meritato applauso. Così fino all’ultima nota. Quando quest’estate torneranno a suonare nel loro habitat normale, i festival e quant’altro, di quella nota e delle mille in precedenza rimarrà il ricordo di questa, e delle altre notti in teatro.
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