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"Guida ai musicisti che rompono, da Beethoven a Lady Gaga" di Massimo Balducci e Federico CapitoniUn viaggio nella musicadi Claudia Cefalo Prendi trentasei musicisti, senza limiti di genere né di età: da Lady Gaga a Beethoven, da Allevi a John Lennon, da Schönberg a Vasco Rossi, da Wagner ai Nirvana. Passali al vaglio di Balducci e Capitoni, due che di musica ne sanno e ne sanno scrivere. E otterrai Guida ai musicisti che rompono, efficace bussola letteraria che aiuta il lettore, musicalmente alfabetizzato e non, a orientarsi nel mare magnum dei musicisti del passato e del presente che in qualche modo sono passati alla storia per aver rotto col passato, per non averlo fatto pur dandone l’illusione, per aver rotto e basta.
Nelle 157 pagine del libello, Balducci e Capitoni non risparmiano veramente nessuno. A cominciare da Mina, della quale non si discute il mezzo vocale, ma alla quale vengono assegnati ben tre ombrellini (terrificante, secondo il metro di Giudizio Universale), colpevole di aver in qualche modo premeditato la sua uscita di scena, gran furbata di marketing travestita da scelta coraggiosa, che non ha fatto altro che alimentare un mito da ridimensionare, secondo Capitoni. Altra sfilza di condivisibilissimi ombrellini (questa volta ben quattro=si salvi chi può) per Giovanni Allevi che, millantando la scoperta di nuove prospettive per la musica classica contemporanea, non fa altro che rassicurare e confortare i suoi ascoltatori con insulse canzoncine pop dal valore musicale nullo. Ma il testo è pieno anche di tanti soli. Beethoven, Rossini, Händel, così come Cage, Davis e Gaber. Tre soli per Beethoven, Cage ed Händel, due per Rossini e Gaber e ben quattro per Davis. Classifica da sottoscrivere in pieno, eccetto forse per Rossini e Gaber, che qualche sole in più lo avrebbero meritato. Il primo perché se è vero che in qualche modo si è autocensurato con un prematuro ritiro dalle scene, è altrettanto vero che quello che ha lasciato fino a quel momento può essere considerato sufficientemente alto e rivoluzionario per garantirsi più di un posto al sole nell’olimpo dei musicisti che “rompono”. E il secondo perché, a mio parere, aveva intuizioni talmente profetiche da potersi permettere qualche punta nazionalpopolare e, perché no, di proporre musica “ipermelodica ai limiti del confidenziale” (Balducci), senza che venisse scalfita la portata rivoluzionaria di gran parte della sua produzione. Ma al di là delle singole analisi, quasi totalmente condivisibili (vai alle voci John Lennon, Lady Gaga, Luciano Pavarotti, Orfeo, Vasco Rossi) è importante fare una riflessione sul linguaggio utilizzato da Balducci e Capitoni. Non è facile parlare di “seconda prattica” monteverdiana, spiegarne il senso e i contenuti, dandone la misura esatta della novità senza mai nemmeno nominarla. O del “Gruppo dei cinque” o della riforma wagneriana in tre pagine scarse a testa. Tutt’al più che il libro non si rivolge solo al musicologo, musicista o musicomane che conosce perfettamente ciò che a volte è necessariamente solo accennato (come la riforma di Wagner), ma anche al lettore qualunque, semplice appassionato, musicista dilettante o anche no. Balducci e Capitoni utilizzano un linguaggio snello, veloce, immediatamente comprensibile che fornisce una lente diversa attraverso la quale vedere ciò che già si conosce, oppure una serie di input stimolanti per approfondire ciò che non si conosce ancora. Un bell’8 a tutti e due, e non 10, ma solo per vendicare Rossini e Gaber.
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