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"Helldorado" dei NegritaLe onde latine dal fiato cortodi Emanuele Rauco Capita che dopo 7 album si possa perdere grinta e ispirazione, specie se negli anni trascorsi fama e successo non sono mai venuti meno; capita anche che nell’andare a scovare ed ampliare il proprio background musicale, si finisca in un vicolo cieco dove, la troppa carne al fuoco non cuocia mai. Le due situazioni si sono presentate in contemporanea per quello che riguarda i Negrita, alle prese con il primo, vero passo falso della carriera.
Dopo il grande successo – e la già declinante resa musicale – del precedente L’uomo che sogna di volare, il gruppo aretino continua nel viaggio attraverso ritmi, suoni e ambientazioni latine e sud-americane cercando di mescolarle con il rock’n’roll e con i crossover degli ultimi anni, come Manu Chao e i Clandestino o i Mescaleros, ma si blocca di fronte a un semplicismo e a una superficialità melodica e compositiva che sacrifica l’impatto e la verve in nome dell’orecchiabilità e della facilità d’ascolto. Certo, in Helldorado la semplicità e la banalità vengono, almeno nelle intenzioni, riempiti da testi impegnati, che raccontano la società italiana e le sue contraddizioni e sogna i polverosi paradisi messicani, di fieste e mujeres calienti: in pratica, tutti luoghi comuni e cliché, che si sposano con suoni in cui il sound granitico, influenzato dall’hard blues e dalla melodia nostrana che li ha portati al successo, è diventato una sorta di “musica da ballo”, dove percussioni, fiati, e ritmi ondivaghi non riescono a catturare l’attenzione e, se a tratti entrano in testa, più spesso irritano. Come nel brano di apertura, Radio Conga, perfetto esemplare di banalità musicali e liriche, che spaziano dalle favelas alle veline fatte di marijuana cercando il ritmo da ballare; il fallimento delle intenzioni della band è evidente soprattutto sul lato melodico, piatto e soprattutto riciclato e sempre uguale a se stesso, come evidenziano Il ballo decadente (dagli obiettivi “politici” fin troppo facili), il ritornello del singolo Che rumore fa la felicità – che pure faceva sperare in esiti migliori – Ululalaluna o Brother Joe. Gli unici brani che compositivamente e tematicamente valgono l’ascolto sono Il libro in una mano, la bomba nell’altra – sulla relazione tra terrorismo e ignoranza – e Salvation, dove il brio cercato arriva grazie a un arrangiamento degno dei tardi Clash. Il primo a non sembrare troppo convinto dei brani sembra proprio il leader Pau, alias Paolo Bruni, ormai dedito alla maniera, che qua e la sfiora l’imitazione dei Mau Mau o di Vinicio Capossela, e che non convince, così come sembrano eccessivamente sacrificate le chitarre di Enrico Salvi e Cesare Petricich, mentre il tripudio di percussioni e fiati, agevola i turnisti e gli ospiti, tra cui spicca Roy Paci. Qualche volta si canticchia e si agita la testa, ma è decisamente troppo poche per un gruppo che ambiva a mettersi in scia ai Litfiba. E che, purtroppo, l’ha fatto. Tracklist
1. Radio Conga 2. Il libro in una mano, la bomba nell’altra 3. Melavida en Buenos Aires 4. Soy taranta 5. Gioia infinita 6. Il ballo decadente 7. Muoviti! 8. Che rumore fa la felicità? 9. Salvation 10. Ululallaluna 11. Notte mediterranea 12. Brother Joe
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