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"I milanesi ammazzano il sabato" degli AfterhoursCanzoni poco semplici, mai banalidi Chiara Gallina Ormai prossimi al giro di boa dei 20 anni di carriera, (il primo album "All the Good Children Go to Hell’’ usciva nel lontano 1989) gli Afterhours sono tornati a farsi sentire con un nuovo album sperimentale ed inquieto che segna una fase di transizione per la band milanese.
"I milanesi ammazzano il sabato", uscito lo scorso 2 maggio nei negozi di musica e subito balzato al terzo posto della classifica dei dischi più venduti in Italia, è il primo album in studio dai tempi di ’’Ballate per piccole iene’’. Nei tre anni trascorsi da quel lavoro la band ha vissuto un periodo denso di cambiamenti, con il successo all’estero della versione inglese delle “Ballate” e il conseguente tour americano. Tutti elementi che hanno segnato la nascita dell’ultima fatica degli Afterhour, un album che pur rimanendo coerente con lo stile della band riflette un nuovo gusto per la sperimentazione. Abbandonate le atmosfere cupe che caratterizzavano il lavoro precedente, "I milanesi ammazzano il sabato" si presenta come un disco movimentato e nervoso, in cui ritorna a farsi sentire prepotentemente il suono graffiante e sporco delle chitarre. L’uscita del primo singolo Riprendere Berlino ha fatto storcere il naso a qualcuno (in Italia ci sono ancora notevoli pregiudizi rispetto alle melodie orecchiabili), sollevando il dubbio di una sterzata verso toni più morbidi come conseguenza del passaggio ad una major come l’Universal. Magari versi come “non sarebbe strano, essere più leggeri?” possono suonare come delle eresie per i fans che più apprezzano la componente di acido cinismo degli Afterhours. Nel complesso comunque il disco concede poco spazio al ritmi lenti e si fa notare piuttosto per la ricercatezza degli arrangiamenti, con un ricorso frequente agli archi, che spesso dialogano con le chitarre e si fanno aggressivamente stridenti (E’ solo febbre). Fin dal primo ascolto colpisce la varietà stilistica e la frammentarietà con cui scorrono i pezzi, molti dei quali non superano i tre minuti di durata. Canzoni che iniziano veloci e che si concludono bruscamente, a volte interrotte da pause di silenzio che interrompono un ritornello (E’ dura essere Silvan). Anche i testi si riducono spesso a poche strofe, quasi dei flash che descrivano - come spiega Manuel Agnelli sul sito ufficiale - momenti di vita quotidiana: ’’Una strada, una macchina, un musicista guida nel traffico milanese: è concentrato, fissa al di là del vetro, estrapola pensieri, si spiega, esplora e ogni parola non è scelta a caso, come le strade che forse in questo breve tragitto accompagnano a qualcosa che non si potrà certo definire solo musica’’. L’autobiografia è il filo rosso che unisce le 14 tracce. Da un lato la vita privata di Manuel, gli stravolgimenti portati da una paternità (forse) inattesa e dai conflitti con una Musa sfuggente, rimpianta, maledetta (Musa di nessuno). Cartoline di una quotidianità vissuta in maniera a volte fiabesca, come nella canzone che chiude l’album, Orchi e streghe sono soli, fiaba tenera dedicata alla figlia, altre volte con un senso di alienazione. Qualche volta si coglie la voglia di fuggire dai problemi di ogni giorno, di pensare solo a se stessi, ma alla fine prevale la paura di perdere quello che si ha (anche se magari non si cercava). L’altra grande protagonista dell’album è Milano, con la sua “urbanità bilanciocentrica”, popolata da un esercito di "maglioncini" che si affida a “blog, rhum e cocaina per abbattere il sistema" (da Tema: La Mia Città). I milanesi evocati nel titolo dell’album sono gli eredi diretti di quelli descritti nel quasi omonimo romanzo di Giorgio Scerbanenco “I milanesi ammazzano al sabato”, datato 1969. Quelli che riservavano ogni peccato al sabato perché gli altri giorni erano troppo impegnati a lavorare, e che ora invece si struggono per come occupare al meglio i propri sabati sera. Tra le novità più importanti, a livello musicale, l’utilizzo inconsueto dei fiati, introdotti con l’ingresso nella formazione del polistrumentista Enrico Gabrielli, e le voci, che si sovrappongono e vengono modulate come veri e propri strumenti. Molto diversa rispetto al solito suono degli Afterhour la bellissima Tarantella all’Inazione, che con il suo ritmo ossessivo vira decisamente verso il folk. La collaborazione di John Parish, che appare come musicista e co-produttore in alcuni pezzi, si sente soprattutto in alcuni brani potenti ed aggressivi come Neppure carne da cannone per Dio, Pochi istanti nella lavatrice (un fuori tempo che sicuramente darà filo da torcere durante i live) e Tutti gli uomini del Presidente. All’album hanno collaborato anche altri artisti internazionali come Greg Dulli (The Twilight Singers, ex Afghan Whigs), Stef Kamil Carlens, Cesare Malfatti (La Crus) e Brian Ritchie (Violent Femmes). Curiosa la strategia promozionale del disco, che è stato preceduto da 2 singoli fatti girare sotto forma di video (due cortometraggi più che videoclip, per la regia di Graziano Staino). Ora rimane l’attesa per sentire eseguire questi brani live, e vedere se sapranno reggere l’impatto con un pubblico sempre molto esigente come quello degli Afterhours. LINE UP: Manuel Agnelli - voce, chitarra elettrica; Giorgio Ciccarelli - chitarra elettrica; Giorgio Prette - batteria; Dario Ciffo - violino; Roberto Dell’Era - basso, voce; Enrico Gabrielli - tastiera, fiati TRACKLIST: 1. Naufragio sull’Isola del Tesoro 2. E’ Solo Febbre 3. Neppure Carne da Cannone per Dio 4. Tarantella all’Inazione 5. Pochi Istanti nella Lavatrice 6. I Milanesi Ammazzano il Sabato 7. Riprendere Berlino 8. Tutti gli Uomini del Presidente 9. Musa di Nessuno 10. Tema: la Mia Città 11. E’ Dura Essere Silvan 12. Dove Si Va Da Qui 13. Tutto domani 14. Orchi e streghe sono soli (ninna nanna reciproca) Info: www.afterhours.it
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