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" IL BEAT HOTEL, Ginsberg, Corso, Burroughs e gli altri: l’ avventura parigina dei Beat" di Barry MilesSesso, droga e poesia.di Eleonora Speranza Nalesso Queste trecento pagine sono il frutto dell’ amore di Miles per la Beat Generation. Il libro nasce dai dati raccolti tramite ore ed ore di registrazioni audio ed interviste ai protagonisti del suo lavoro.
A differenza del leggendario ON THE ROAD di Kerouac dove la narrazione si sviluppa in America, IL BEAT HOTEL è ambientato nella Parigi di fine anni cinquanta dove della cultura repressiva e puritana americana non si trova traccia.
Nel 1957, dopo lungo pellegrinaggio attraverso l’ Europa, Allen Ginsberg, Gregory Corso e Peter Orlovsky giungono a Parigi, dove decidono di fermarsi più a lungo. In questa città tutto quello che li aveva fatti scappare dalla madrepatria è molto meno soffocante: c’è più spazio per tutti e per tutto. In particolare, al 9 di Rue Git-le-Coeur, si trova un albergo, molto fatiscente, che fa proprio al caso loro: culture e situazioni personali più disparate, coppie etero, coppie omosessuali, poeti, pittori e creatori di qualsiasi età creano un’ energia che sembra tenere in piedi il fabbricato più che le sue stesse pareti. In più, la proprietaria, Madame Rachou preferisce essere pagata con opere d’ arte e d’ ingegno che con soldi contanti. Quale ambiente migliore per questi tre giovani poeti, squattrinati ed irrequieti, per dar sfogo a tutti i loro istinti creativi e non? Tra le camere decadenti di quest’ hotel, che ormai non esiste più, avvengono le più bizzarre sperimentazioni con uso di droghe ed il libero amore è quasi proverbiale. Ma questi anni sono anche molto creativi: Ginsberg stende la prima versione del famoso elogio funebre per la madre Naomi, intitolato Kaddish, Gregory Corso compone il suo primo ed unico romanzo, The American Express, e al suo arrivo William Burroughs compone lo scandaloso Pasto Nudo, per poi dedicarsi alla realizzazione della poesia sperimentale dei cut-up. Sempre in questo periodo si svolsero i più interessanti esperimenti con la dreamachine e lo sfarfallio luminoso. Jack Kerouac, nonostante la sua fama di “fondatore” della Beat Generation, non mise mai piede nel bizzarro hotel della Rive gauche: probabilmente l’ astio nei confronti dell’ ambiente natio era una componente fondamentale del suo estro creativo. Tra le vicende narrate, fanno capolino aneddoti legati ad altri personaggi famosi dell’ epoca con cui i protagonisti ebbero l’ opportunità d’ interagire, come Brion Gysin, Ian Sommerville e Peggy Guggenheim. Durante la lettura, risulta evidente che lo scrittore simpatizzi per Allen Ginsberg, il personaggio più sentimentale, ordinato e responsabile di quella pazza combriccola. Nonostante l’ intento di Barry Miles si proponga di rendere la temperie dell’ esperienza parigina dei Beat, il suo modo di scrivere telegrafico e didascalico, non rende assolutamente la poesia, che è la costante delle vite dei protagonisti del suo libro. In alcuni momenti diventa addirittura quasi noioso star a leggere dei meccanici spostamenti e movimenti di queste menti creative, che, per quanto bizzarre e fuori dall’ ordinario, meritano di essere trattati come poeti con la P maiuscola. Il tutto è aggravato dall’ alternanza sconsiderata dell’ uso dei nomi propri, dei cognomi e dei diminutivi per indicare lo stesso soggetto, che crea una confusione non da poco. " Il beat hotel"; Barry Miles; pagg. 300; Guanda; € 18,00
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