“IL FLAUTO MAGICO” DI KENNETH BRANAGH

L'opera a portata di mano...

Fuori Concorso
Da Mozart al Branagh shakespeariano, dall’opera lirica al linguaggio cinema. Pregi e difetti di un invito alla lettura.

Nel 1791 Wolfgang Amadeus Mozart pubblicava il suo ultimo capolavoro, un’opera sprizzante e divertente, capace di raccogliere una larga fetta di pubblico grazie alla scelta della lingua tedesca e di un’avvincente e fiabesca trama.
Nel 2006 Kenneth Branagh si vede assegnare, dal mecenate Sir Peter Moores desideroso di “portare l’opera fuori dai teatri”, la trasposizione cinematografica dello stesso testo, in un’epoca in cui le sue modalità di ricezione si son rivelate, ahimé, piuttosto elitarie. Il regista inglese recupera, dunque, lo spartito mozartiano e il libretto di Emanuel Schikaneder per dirigere il suo ennesimo adattamento da un testo “teatrale”.
L’intento rimane il medesimo: popolarizzare un teatro musicale divenuto ormai “impopolare”; rendere l’opera un genere a portata di tutti, ora che, per quanto comica, fa sentire la lunghezza delle sue arie e dei suoi ricetitavi al pubblico dei non habitués.

Se Mozart aveva optato per il tedesco nell’interesse del suo pubblico, piuttosto che la più convenzionale ma incomprensibile lingua d’opera (l’italiano), Branagh sceglie l’inglese, la lingua che, al giorno d’oggi, persino i bambini conosco e che è maggiormente presente nel mondo della settima arte. Trasporre cinematograficamente un’opera significa, per Branagh, utilizzare i mezzi che il nuovo medium gli dispone. E il regista dai capelli rossi sa bene a cosa va incontro quando decide di tradurre la schema del palcoscenico in movimenti di macchina da presa.
Branagh raggiunge il successo e la notorietà grazie a film quali Molto rumore per nulla, Amleto o Enrico V dove, all’ineludibile amore per Shakespeare, univa la passione per il cinema. Per quanto il mondo del teatro resti un punto fisso nella sua carriera artistica, Branagh è uno dei massimi rappresentanti degli adattamenti dal palcoscenico al set.
Per quanto riguarda l’opera, però, è con The Magic Flute che fa la sua prima esperienza. E non è l’unico novellino della troupe. Lo stesso cast proviene, più che altro, dal mondo della musica concertistica, corale e dell’opera lirica da palcoscenico. “Molti (attori) non avevano alcuna esperienza del cinema e io non avevo mai lavorato in un’opera. Eravamo tutti stranieri in terra straniera. Questo li rende vulnerabili e desiderosi di ascoltare ed imparare” afferma Branagh.

Le note mozartiane restano la colonna portante del film, così come il libretto. Ma non si tratta di un musical: gli attori non recitano per poi, improvvisamente, esibirsi in balletti e prestazioni sonore. Come nell’opera, il loro unico modo di comunicare resta l’alternanza di arie e recitativi.Cinematograficamente questi ultimi son resi con un ritmo che va rilassandosi nei secondi, per accelerare nei primi. La famosa aria della regina della notte diventa un serrato montaggio cut di inquadrature appena percepibili.
Il cinema permette alcuni salti spazio-temporali che la rappresentazione scenica si limiterebbe ad eludere: i sogni dei personaggi diventano realtà, si traducono in immagini che lo spettatore non è più costretto a fantasticare.
L’onnipresente musica fuori campo entra in campo solamente in rari momenti (nelle scene iniziali, quando il battaglione che procede lentamente verso il campo nemico è, al tempo stesso, un’orchestra intenta a suonare il preludio dell’opera) e persino il suono del flauto giunge da lontano.

Lo scopo è chiaro e, probabilmente, Keneth Branagh lo ha raggiunto. Lo spettatore cinematografico poco abituato ai palcoscenici e all’opera, avrà probabilmente l’occasione di avvicinarsi, con le dovute facilitazioni, ad un genere sempre più amato dai pochi. Forse qualcuno si recherà nelle sale credendo di assistere ad un musical, ma si troverà davanti ad un oggetto d’arte spurio.
Non è musical e non è opera, ma un genere nuovo a cui augurare un discreto successo, sperando che il desiderio di avvicinare il pubblico a visioni diverse lo convinca talmente tanto da portarlo in teatro.
Come in tutte le riduzioni dagli integrali e le popolarizzazioni (e l’opera, ultimamente, ne ha viste di tutti i colori!), il The magic flute di Branagh resta un film didascalico, una sorta di introduzione alla lettura e di avvicinamento al classico dai molti limiti.
Con il primo approccio al mondo dell’opera, il regista sembra non aver da offrire la stessa quantità e qualità di argomenti che ne hanno fatto, finora, un ottimo conoscitore e portavoce dell’opera shakespeariana.

Titolo originale: The Magic Flute
Nazione: Gran Bretagna
Anno: 2006
Genere: Musicale
Durata: 135′
Regia: Kenneth Branagh
Cast: Joseph Kaiser, Amy Carson, Benjamin Jay Davis, Lyubov Petrova, René Pape, Kenneth Branagh
Produzione: Peter Moores Foundation, Idéale Audience
Distribuzione: 01 Distribution
Data di uscita: Venezia 2006