“IL RACCONTO DELL’ISOLA SCONOSCIUTA” DI Josè Saramago

Ogni uomo è la sua isola.

Chiedere al Re una barca per cercare l’isola sconosciuta significa intraprendere il viaggio più difficile, quello che non riusciremo mai a fare fino infondo, verso quell’ isola sconosciuta che sempre siamo per noi stessi.

Un racconto che si legge tutto d’un fiato, così come Saramago l’ha composto: “Mi sono alzato dalla scrivania solo quando ho finito di scriverlo”-dice in un’intervista per Rai educational-. Ventinove pagine in un’ accurata edizione L’Arcipelago Einaudi, con illustrazioni cartografiche tratte da l’Atlante di Battista Agnese del ‘500. Il tempo del racconto coincide con lo svolgersi della storia: discorsi diretti, indiretti, riflessioni, tutto in uno stesso ritmo regolato da un’abile punteggiatura, libera da ogni schema. Saramago non usa le virgolette per i discorsi diretti, usa le virgole al posto dei punti e i punti al posto delle virgole ed a volte non li usa proprio.

“Un uomo andò a bussare alla porta del re e gli disse, Datemi una barca.” Non fu facile per l’uomo che voleva la barca poter parlare con il Re, sempre impegnato alla porta degli ossequi piuttosto che a quella delle petizioni. Aspettò per ben tre giorni avvolto nel suo mantello dopo aver inoltrato la sua richiesta di udienza alla donna delle pulizie che a sua volta la inoltrò al secondo assistente, questi al primo assistente, che chiamò il secondo segretario, che a sua volta chiamò il primo e così fino ad arrivare al Re. Dopo un serrato confronto con il postulante, il Re acconsentì a dare la barca all’uomo che la voleva per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta. Con un biglietto da visita autografato dal Re si diresse al porto, ormai si trattava solo di scegliere la barca e trovare un equipaggio con cui partire…ma qualcuno aveva già deciso di seguire l’uomo che voleva la barca e lui nemmeno se lo immaginava…”proprio come del resto anche il destino suole comportarsi, è già dietro di noi, ha già allungato la mano per toccarci la spalla, e noi siamo ancora lì a mormorare, E’ finita, non c’è nient’altro da vedere, è tutto uguale”.

Il viaggio di Saramago alla volta dell’isola sconosciuta è il viaggio dell’autoconoscenza, senza psicologismi o spiritualismi di sorta, ma semplicemente il viaggio della vita, vivere e cercare di comprendere la propria vita, vedere con la voglia di guardare che significa conoscere, capire. “che bisogna allontanarsi dall’isola per vedere l’isola, e che non ci vediamo se non ci allontaniamo da noi, Se non ci allontaniamo da noi stessi, intendete dire, Non è la medesima cosa.”
Il breve racconto è ricco di metafore ed allegorie che Saramago svela attraverso frasi dense come questa, offrendo al lettore una traccia per seguire più da vicino il suo pensiero ed il suo modo di leggere le cose del mondo, senza mai allontanare dall’atmosfera e dal ritmo del racconto.
L’uomo che voleva la barca, sale sulla sua caravella con un fagotto: pane, formaggio duro di capra, olive e una bottiglia di vino. La prima cena sul castello di poppa, com’è bella la barca, ma non solo lei…iniziano le prime paure, non ci sono i marinai, la difficoltà di manovrare e governare l’imbarcazione, ma… se si sogna in due di raggiungere l’isola sconosciuta va a finire che si salpa davvero!

Josè Saramago, Il racconto dell’isola sconosciuta, einaudi 1998 e 2003, pp.28, 6,50 €

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