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"IL SERGENTE DI PAOLINI IN TV: IL RACCONTO DI CHI C’ERA"Dalla nostra inviata alla Cava Arcari di Zovencedodi Marianna Sassano Insomma: noi c’eravamo. Lì, al freddo, con la temperatura di 12 gradi costanti ed un altrettanto costante tasso di umidità. Lì, con gli spifferi d’aria traditori e improvvisi, ma che sapevano di bosco.
Lì, nella Cava Arcari di Zovencedo, sui Colli Berici della provincia vicentina, ad assistere alle prove generali de “Il Sergente”, il lavoro di Marco Paolini sul testo di Mario Rigoni Stern andato in onda in diretta il 30 ottobre su LA7, con grandissimo gradimento del pubblico italiano seduto in poltrona davanti alla tv.
Noi, invece, si era lì, appunto. Una minoranza fortunata: 500 posti a sedere, stipatissimi, per un evento irripetibile e costato 600 giornate di lavoro. Quasi due anni per mettere in sicurezza la cava, costruire il palco, fissare le luci, definire lo spettacolo, coordinarsi con la televisione, accordarsi con gli enti locali, spedire inviti, eccetera eccetera. Quasi due anni di lavoro per due ore di diretta. Questo “Sergente”, quello che ha vissuto nelle viscere della terra per due esclusivissime sere, ha il sapore dell’unicità. Arriviamo alla Cava Arcari seguendo le dettagliate istruzioni di Jolefilm, la casa di produzione di Paolini: dall’uscita di Vicenza Ovest, pochi chilometri ancora di strada “normale”, e poi si parte con il detour, l’arrampicata tutta curve verso la nostra destinazione. Un percorso che il sito di Via Michelin definisce “tre chilometri di strada piacevole”. Poi è la volta di abbandonare le auto e di mettersi a camminare. Un fiume di persone con le torce in mano si inoltra nel sentiero tra gli alberi profumati di freddo. Un sentiero in notturna: meno male che c’è la luna. Troviamo protezione civile e volontari ad ogni passo: a destinazione ci accoglie persino il vin brulè, per scaldarci un po’. “A noi hanno preparato anche il brodo”, dice Marco Paolini: e il primo pensiero, prima di iniziare lo spettacolo, è proprio un ringraziamento a tutti i collaboratori, i volontari, le associazioni che si sono strette intorno a questo evento permettendone l’ottima riuscita. Si regala al pubblico giunto lì per lui, Paolini: c’è persino qualcuno che arriva da Viterbo, e quattro chiacchiere prima di iniziare “Il Sergente” sono quasi quasi obbligatorie. Ci racconta allora, la scelta di questo luogo così particolare per la messa in scena di un testo che parla della Ritirata di Russia, durante la seconda guerra mondiale: “A Jolefilm, Michela Signori si ricordava di questo luogo. Abbiamo cercato, e ottenuto subito, la collaborazione dei piccoli Comuni del territorio per iniziare i lavori alla cava. Qui la parte allagata è grande come otto campi sportivi: per montare il palco ci sono voluti due temerari in muta da sub. Ma non vi dirò il perché della scelta di questo posto: se essere qui questa sera vi dirà qualcosa, allora avremo raggiunto il nostro scopo. Anche perché, di metterci la neve finta per simulare la Russia, proprio non ci andava”. Per scrivere il testo dello spettacolo, Paolini ha fatto quattro anni fa un viaggio in Russia: “È stato indispensabile andarci, perché non so raccontare cose che non riesco ad immaginare. Come pensiate sia la steppa? Piatta? La steppa è simile alla piana di Pozzolo, al fondovalle dei Colli Berici: è tutto un saliscendi di terra, solo che è nera e odorosa, indifesa contro il vento che sferza e che la ghiaccia. Durante la sua permanenza in Russia, Mario Rigoni Stern tiene un diario: quattro parole per raccontare una giornata. Ma tra il 16 e il 17 febbraio del 1943 il diario si interrompe, e per quindici giorni non ci saranno più nemmeno quelle quattro parole: camminando non si riesce a scrivere. Io ho preso questo racconto e l’ho rielaborato, raccontandolo a modo mio. Quando Mario lo ha visto ha commentato:«Noialtri no ridevimo miga cussì tanto, seto»”. Qualcuno chiede poi perché ha scelto proprio “Il sergente nella neve”. “Perché c’è Rigoni Stern e questo basta. È un libro con un pezzo di uomo dentro; un pezzo di razza umana a cui sento di dover qualcosa, così come a Luigi Meneghello e ad Andrea Zanzotto. Fare “Il Sergente” è raccontare la storia di un gruppo specifico di persone, ma è anche un modo di ricordare altre cose della guerra senza doverle nominare tutte”. E infatti è un racconto che porta in sé un senso universale: “La lezione di questi soldati è che non possiamo essere spettatori della storia, ma protagonisti". Paolini ha voluto sottolineare ulteriormente il valore della vicenda narrata in modo concreto: “Non facciamo intervallo pubblicitario. Con LA7 non è stato difficile accordarsi su questo punto, perché ci si è intesi subito: per un senso di dignità e rispetto verso questa storia, che non può essere spaccata in due. Questo dovrebbe essere anche lo spirito che guida la televisione pubblica.” Si spengono le luci. Paolini ringrazia tutti per essere lì con lui “perché il teatro ha bisogno del pubblico vero”, anche se rappresentato per la televisione. Il direttore di scena fa il conto alla rovescia. Si accendono le telecamere. Il freddo ci aiuta. Lo spettacolo può iniziare.
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