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IL SIMBOLISMO IN ITALIAIl Simbolismo nel segno di Segantini a Padovadi Farida Monduzzi - Giacomo Botteri Rianimato dalla vitalità della Fondazione Bano, Palazzo Zabarella a Padova, va imponendosi sul palcoscenico espositivo nazionale con una serie di mostre altamente qualificate e gratificate fino ad ora dal consenso dei numerosi visitatori.
Questo successo non può non ripetersi con la nuova esposizione aperta il 1 ottobre che proseguirà fino al 12 febbraio dal titolo Il simbolismo in Italia. Il tema è infatti molto allettante e il numero e la qualità delle opere presenti sono tali da esaurire e soddisfare ogni indagine conoscitiva su questo particolare aspetto del grande movimento pittorico. Se si parla di simbolismo italiano, a balzare in primo piano è Giovanni Segantini, il caposcuola e il più emblematico esponente del simbolismo nel Bel Paese. Suo è il logo della mostra, sua la copertina del catalogo che riporta L’amore alla fonte della vita, opera del 1896 conservata alla Galleria di arte moderna di Milano, sintesi mirabile del nuovo dogma simbolista. Altre sue famose tele fanno poi da guida al percorso espositivo sollecitando analisi e confronti Così il grande dipinto de Le due madri viene affiancato da Maternità di Gaetano Previati, quadri che segnano la fase di transizione dal divisionismo al simbolismo onirico. Le due opere dominano la sezione dedicata al Mistero della vita, prima tappa di un percorso tematico che ha come filo guida il più ampio Mistero della vita scandito da quadri che segnano le tappe dell’esistenza nel suo aspetto mondano e sacro. Così ad esempio il Pio Albergo Trivulzio di Angelo Morbelli, segna la fase finale e desolante dell’esistenza, con le tristi panche di legno semideserte su cui siedono solo due vecchi col capo reclinato: immagine straziante della solitudine e dell’abbandono. Il piccolo quadro di Segantini Petalo di rosa, raffigurante una giovane adolescente col viso triste segnato dalla malattia. Fa da contrappunto all’ Amore alla fonte della vita, esaltazione onirica e simbolica della giovinezza e dell’incantamento di amore. Sulla stessa poetica rivista in modi più classici il Sogno di Umberto Boccioni immagina Paolo e Francesca avvilupati entro una nube evanescente sbocciata da un tappeto di fiori, trasfigurati dal loro amore fuori dal tempo. Il simbolismo deve il suo nome ad un articolo omonimo scritto per Le Figaro Litteraire da Jean Moreas che lo aveva usato in ambito letterario per definire lo stile delle opere di Baudelaire, Verlaine, Mallarmé, estendendosi alla pittura si identifica nel rifiuto di ogni naturalismo, e ancor più dell’impressionismo e vede l’arte pittorica come espressione concreta dell’idea, fusione di elementi sensoriali spirituali, sintesi fra visibile e invisibile, affascinato da quel mondo ignoto riportato in primo piano dalle rivelazioni freudiane sull’inconscio, e da subito portato sulla tela da artisti che avevano la presunzione e il fine di decifrare il mondo dei fenomeni indagando sui lati oscuri dell’animo umano. A questa poetica ben si addicono i paesaggi nebbiosi, le atmosfere notturne, i cieli cupi incombenti in attesa della tempesta. In mostra restituisce questa atmosfera l’interpretazione di Otto Vermeherer dell’Isola dei morti di Bocklin, attorniata da dipinti di Vittore Grubicy, Pelizza da Volpedo, Plinio Nomellini. Un ulteriore motivo di attrazione e prestigio di questa mostra, è la presenza di due capolavori austriaci Il peccato di Franz von Stuck e la Giuditta- Salomè di Gustav Klimt, organici alle opere italiane e proficua occasione di confronti. Dall’alto del suo nobile busto in bronzo, opera di Troubetzkoy in cui si erge fiero e consapevole del proprio talento, Giovanni Segantini domina emblematicamente tutta questa interessante esposizione.
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