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"IL SORRISO DI DAPHNE" di Alessandro D’AlatriUn magico trio in scena al Teatro Toniolo di Mestre (Ve)di Eleonora Speranza Nalesso Il 21 e 22 novembre, sul palco del famoso teatro mestrino, è andato in scena uno degli spettacoli più attesi e premiati degli ultimi anni. I due tempi della “commedia tragica”, così definita dallo stesso autore e interprete, Vittorio Franceschi, diretto da Alessandro D’Alatri, ha riscosso un notevole successo da parte del pubblico presente.
Alessandro D’Alatri e Vittorio Franceschi avevano già dimostrato il loro talento nel film “La febbre” di Fabio Volo, dove il primo diresse la regia e il secondo interpretò il ruolo del buon impiegato statale, amico di Mario, che muore proprio il giorno dopo l’arrivo del tanto desiderato pensionamento. Per quanto positivo sia stato il loro riscontro ne “La febbre”, non ci si sarebbe mai aspettati tanta bravura e maestria una volta visti salire sul palcoscenico. “Il sorriso di Daphne”, infatti, è stato vincitore del premio “Enrico Maria Salerno” 2004, del premio “ ETI – Gli Olimpici del teatro 2006” e del premio UBU “Nuovo testo italiano” 2006. La vicenda vede protagonisti solo tre attori: Vittorio Franceschi nel ruolo di Vanni, Laura Curino interprete della sorella Rosa e Laura Gambarin interprete di Sibilla, giovane ex-allieva di Vanni. Tutto si svolge all’interno della casa in cui sempre abitò Vanni e dove è tornata a stare anche Rosa, in seguito alla vedovanza e dopo la partenza per, la Germania, della figlia, ormai diventata moglie e madre. Una volta tornati a vivere assieme, Vanni e Rosa tornano pure ad avere quel rapporto d’amore ed odio che li legava anche da bambini. Quindi, litigi, incomprensioni e prese in giro sono all’ordine del giorno, ma tutto è condito da un’ineffabile affetto, che dura ormai da più di cinquant’anni e che, anzi, vede l’aumento di attenzioni e precauzioni da parte di Rosa, a seguito dell’insorgere della malattia del fratello. I primi sintomi del malessere si manifestarono durante il ritorno dal viaggio in cui Vanni, affermato botanico e professore, scoprì una pianta del tutto sconosciuta, che decise di chiamare Daphne, dal nome della famosa ninfa che fece innamorare Apollo, il cui sorriso era ammaliante e misterioso, proprio come il potere di questa pianta, alle cui estremità possiede un siero in grado di dare la morte. Nessuno potrà mai avere Daphne. Neppure Rosa che la cura da tempo coi vecchi metodi popolari, basati sull’uso di acqua e fondi di caffè. Solo l’ex-allieva, Sibilla, ne sarà degna. La giovane botanica in carriera ricomincia a frequentare la casa del vecchio professore in occasione della stesura del suo primo libro e soprattutto in occasione della malattia del suo adorato mentore. Sì, adorato, è il termine giusto, non solo per la riconoscenza che questa giovane donna nutre per chi le ha insegnato tutto sulla botanica, ma anche per alludere al sentimento nato in occasione del viaggio di ricerca fatto col professore, dopo la laurea. S’intuisce che la differenza d’età è sempre stato un problema per la nascita di un amore, soprattutto per Vanni e lo è ancor di più ora che la sua giovane ninfa vuol prendersi cura di lui e farsi carico del decorso della sua malattia. Malattia che non lascia scampo. Per questo, solo Sibilla potrà avere la pianta della vita o della morte. Solo lei, nonostante le difficoltà e l’aspetto platonico, è stata la sua ninfa. E forse, solo ora, al momento dell’addio, Sibilla potrà compiere liberamente il primo gesto d’amore per l’adorato e impossibile ex-professore. Indiscutibile è l’efficacia dell’intreccio che permette di far ridere lo spettatore, fornendogli al contempo l’opportunità di riflettere su un tema scottante, come quello dell’eutanasia e dei malati terminali. Questi due aspetti, scomodi per la società d’oggi, sono sempre presentati con discrezione e delicatezza, ma la loro onnipresenza all’interno dell’aspetto più divertente, è forse l’aspetto più efficace dello spettacolo. Indescrivibile sono la presenza scenica di Laura Gambarin e la simpatia e tenerezza che suscita Laura Curino, che accompagnano il ruolo estremamente impegnativo di Vittorio Franceschi, che però riesce ad interpretare in modo impeccabile. Una nota di merito ed un elogio vanno alla scenografia e agli effetti scenici che rendono molto viva e tangibile tutta l’ambientazione. “Il sorriso di Daphne” è sicuramente uno degli spettacoli più riusciti degli ultimi anni, ma quello che più dà valore al lavoro della compagnia dell’ “ARENA DEL SOLE, nuova scena, Teatro stabile di Bologna” è la capacità d’indurre lo spettatore a non dimenticare e continuare a riflettere sul messaggio proposto dallo spettacolo. www.arenadelsole.it
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