“IL VANTONE” di Pierpaolo Pasolini da Plauto

La versione di Pasolini del celebre Miles Gloriosus è qualcosa di più di una semplice traduzione: è un rifacimento che attualizza l’universo plautino, traslando il contesto più che la parola del grande commediografo

IL VANTONE

di Pier Paolo Pasolini da Plauto

regia Roberto Valerio

con Francesco Feletti Artrotrogo, Pleusicle e Carione – Massimo Grigò Sceledro, Acroteleuzio – Roberta Mattei Milfidippa e Filocomasio – Michele Nani Periplecomeno – Nicola Rignanese Pirgopolinice – Roberto Valerio Palestrione

progetto scenico Giorgio Gori – luci Emiliano Pona – costumi Lucia Mariani

produzione Associazione Teatrale Pistoiese/Teatridithalia
prima nazionale

Roberto Valerio è un attore non ancora quarantenne, formatosi all’Accademia Silvio D’Amico di Roma, attivo nel teatro di prosa sia come interprete – diretto tra gli altri da Gabriele Lavia, Luca De Filippo, Cesare Lievi, Massimo Castri e Lina Wertmuller – che come regista. In questa stagione Teatridithalia coproduce un suo nuovo progetto, riprendendo una collaborazione che era iniziata nel 2001 con la messa in scena di Woyzeck e il futuro del male di Rocco D’Onghia e Bambole di Pia Fontana ed era proseguito nel 2002 con la lettura scenica di Per un pezzo di pane, nell’ambito del Festival dedicato a R.W. Fassbinder, e nel 2003 con Le donne di Trachis, versione di Ezra Pound delle Trachinie di Sofocle.ù
«Da sempre nutro una forte passione per Pasolini e la sua poetica, racconta il regista, inoltre, da romano sono molto legato ai quartieri in cui Pasolini ha vissuto e a quelli che lo hanno ispirato: penso ai film come Mamma Roma e Accattone, La ricotta o ai romanzi come Ragazzi di vita e Una vita violenta. L’idea di mettere in scena Il vantone è venuta naturalmente, anche perché abito proprio in uno di quei quartieri che Pasolini frequentava e che erano e sono abitati dai tipi che animano quest’opera. Quel mondo di borgata, anche se un po’ diverso da allora, esiste ancora: le baraccopoli sono purtroppo una realtà attuale, ancora oggi i protagonisti sono quei personaggi che ogni mattina quando si svegliano non sanno cosa fare, non sanno come tirare avanti e per questo si industriano: un po’ lavorano… un po’ vagabondano. Tutto è rimasto come allora.
Seguendo il percorso tracciato da Pasolini, che affermava di aver realizzato la riscrittura del testo plautino pensando all’avanspettacolo di quegli anni, mi sono in parte ispirato a Petrolini. Nel Vantone ci sono già tutti i suoi ‘tipi’: Gigi er bullo è, in un certo senso, il ‘vantone’. Oltre a Petrolini ho guardato ad Anna Magnani, Alberto Lionello, Wnda Osiris, Sordi, Proietti… e tutti gli artisti che hanno fatto grande l’avanspettacolo. Dunque, riassumendo posso dire che nella messinscena del Vantone si ritrovano questi due mondi: i personaggi e gli ambienti dei romanzi di Pasolini e l’avanspettacolo».

La versione di Pasolini del celebre Miles Gloriosus è qualcosa di più di una semplice traduzione: è un rifacimento che attualizza l’universo plautino, traslando il contesto più che la parola del grande commediografo; o se si vuole una traduzione “artistica” che reinventa, inserisce personaggi popolari e di quartiere, concretizza un mondo fatto di macchiette creando un gioco teatrale parallelo a quello di Plauto.
La pulsante vitalità del parlato rivive attraverso diversi livelli linguistici e stilistici: in primo luogo il dialetto, non quello ‘letterarizzato’ che troviamo in Ragazzi di vita e Una vita violenta, ma una sua forma mutuata dal Belli e poi mediata dal palcoscenico, dal variegato mondo dell’avanspettacolo.
«Che in Italia esista un teatro analogo a quello in cui fondava le sue prepotenti radici il lavoro di Plauto, è cosa da mettere senza esitazione in dubbio, scriveva Pasolini nel 1963 nel commento alla prima edizione del Vantone. Per che palcoscenico, dunque, per che spettatori traducevo io? Dove potevo trovare una sede dotata di tanta assolutezza, di tanto valore istituzionale? Nel teatro dialettale, sì, ma il testo di Plauto non era dialettale. Del teatro corrente ad alto livello, in lingua, mi faceva (e mi fa) orrore il birignao. Beh, qualcosa di vagamente analogo al teatro di Plauto, di così sanguignamente plebeo, capace di dar luogo a uno scambio altrettanto intenso, ammiccante e dialogante, tra testo e pubblico, mi pareva di poterlo individuare forse e soltanto nell’avanspettacolo. È a questo, è alla lingua di questo, che, dunque, pensavo – a sostituire il “puro“ parlato plautino. Ho cercato di mantenermi, il più squisitamente possibile, a quel livello. Anche il dialetto da me introdotto, integro o contaminato, ha quel sapore. Sa più di palcoscenico che di trivio. Anche la rima vuole avere quel tono basso pirotecnico, e nondimeno di protezione dell’aristocraticità sostanziale, della letterarietà di Plauto. Il nobilissimo “volgare”, insomma, contagiato dalla volgarità direi fisiologica del capocomico… della soubrette… (Ma nel fondo, a protezione della sua aristocraticità sostanziale, della sua letterarietà, ecco l’ombra dei doppi settenari rimati di una tradizione comica riesumata sotto il segno di Molière.)».

Dal 3 al 15 marzo Teatro Leonardo, via Ampère 1 ang. p.za Leonardo da Vinci Milano – Feriali ore 20.45 – domenica ore 16 – lunedì (riposo) – Intero 24 €, ridotto 16 €, martedì 14 € (incluso diritto di prevendita) – Informazioni e prenotazioni: tel. 02. 716791, 02. 26681166, [info@elfo.org->info@elfo.org] – www.elfo.org