“IL VIAGGIATORE INCANTATO – UN PERCORSO DI NARRATORE SOLITARIO” DI MARCO BALIANI

Piccole storie che illuminano una storia più grande

Attore, autore e regista tra i più originali del teatro italiano, Marco Baliani è considerato il precursore del nostro teatro di narrazione. Dal 15 al 26 marzo 2006, il teatro Mercadante di Napoli gli dedica un ciclo monografico dal titolo “Il viaggiatore incantato”: non solo la rappresentazione di tre dei suoi più significativi spettacoli, “Corpo di Stato”,”Tracce” e “Kohlhaas”, ma anche un laboratorio teatrale intorno al romanzo “La pelle” di Curzio Malaparte, incontri, dibattiti e proiezioni dei suoi lavori.

“Viaggiare incantati è la condizione del raccontatore di storie, una sorta di stupore infantile per tutto ciò che accade intorno… Nel viaggiare della parola, nomade ed effimera per statuto, c’è anche lo strazio per ciò che nel racconto orale non può essere trattenuto. La bellezza di un racconto è tutt’una con il suo passare dall’orecchio al cuore, un attimo di vita come il volo di una farfalla. Con la presentazione, per la prima volta a Napoli, del mio percorso di narratore solitario, vorrei far conoscere non solo le storie e le forme, sempre diverse, attraverso cui le ho create, ma anche la ricerca e la tensione che continua ad accompagnare il mio lavoro. Per questo accanto ai tre spettacoli, che sono già memoria di un’arte del racconto, si sono aggiunti eventi di altro tipo, workshop, incontri, letture, video”.

Con queste parole Marco Baliani presenta la sua avventura partenopea. Il primo dei suoi incontri col pubblico napoletano è fissato per il 15 marzo alle ore 21, per la proiezione di “Pinocchio Nero” di Angelo Loy, film prodotto da Amref, da Indigo Film e dal National Geographic Channel. Si tratta in realtà di un documentario su un progetto di formazione e recupero dei bambini di strada attraverso il teatro, realizzato dallo stesso Baliani a Nairobi. Grazie ai corsi di recitazione, i ragazzi hanno compiuto un percorso artistico e umano al tempo stesso, che si è concluso con la rappresentazione scenica del loro Pinocchio, prima in Kenya e poi in Italia, con una tournèe teatrale di tre settimane. In questi spettacoli i ragazzi raccontano la favola di Collodi, secondo uno sviluppo creativo da loro impostato: e la storia del burattino diventa exemplum della loro stessa metamorfosi.

L’appuntamento teatrale vero e proprio comincia invece il 16 marzo, quando, in occasione dell’anniversario del rapimento di Moro, Baliani ripropone, in un’unica rappresentazione, il monologo “Corpo di stato”. Sul filo della memoria, l’attore ripercorre i cinquantacinque giorni della prigionia del leader democristiano: la sua, tuttavia, non è la cronaca di un testimone né un resoconto filtrato col senno di poi, piuttosto lo sforzo emotivo di un giovane di 28 anni (lui stesso all’epoca dei fatti) che torna laggiù e tenta di raccontare, con la maggior sincerità possibile, le conseguenze irreversibili che una tale situazione di disordine determinò nel paese. Da sempre impegnato sul versante politico e sociale del teatro, Baliani, col suo tipico stile asciutto e privo di retorica, rievoca quei tempi difficili e densi con grande coerenza, cercando di riprodurre le atmosfere e gli umori di allora, utilizzando, a questo proposito, anche alcuni filmati dell’epoca.

“Tracce”, in scena dal 17 al 19 marzo, è uno spettacolo tratto dall’omonima raccolta di aforismi e parabole di Ernst Bloch. La trama narrativa stavolta è un po’ esile: si tratta infatti di un lungo monologo condotto sull’onda di suggestioni e ricordi personali, composto da aneddoti, poesie e considerazioni, il cui unico filo conduttore è lo stupore e l’incantamento. Concepita dal suo autore come un’opera in continuo divenire, accosta materiali narrativi alquanto eterogenei: priva di un testo prefissato, si apre con una poesia di Dylan Thomas e termina con dei versi di Rainer Maria Rilke (gli stessi che Emma Dante ha scelto per presentare Vita Mia). E’ una sorta di dialogo narrativo col pubblico, che mira a stimolare pensieri e sensazioni, associando riflessioni diverse. Stravolge anche quelli che sono gli spazi tradizionalmente deputati al teatro: gli spettatori, infatti, prendono posto sul palco mentre il narratore, tutto vestito di nero e con la sua solita sedia, si sistema con le spalle alla platea.
Dal 15 al 22 marzo, parallelamente al calendario delle rappresentazioni, Baliani dirige un laboratorio teatrale per attori. Lo studio si svolgerà intorno a “La Pelle”, il romanzo di guerra su Napoli di Curzio Malaparte del 1949. “Questo- sottolinea l’attore stesso –è un testo esemplare per la sua doppia possibilità rappresentativa, corale e individuale, che si presta a quei percorsi e a quelle pratiche di ricerca teatrali capaci di far convivere dramma e narrazione, tessuto colloquiante e tessuto epico”.

Terzo momento della trilogia teatrale è “Kohlhaas”, primo esempio di narrazione orale in Italia, che viene unanimemente considerata l’opera più significativa di Baliani. Scritto nel 1990 a quattro mani con Remo Rostagno, è un monologo tratto dal “Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist. La storia, accaduta nella Germania del 1500, racconta di un mercante di cavalli vittima prima di un sopruso e poi della corruzione dello stato: la spirale di violenza che ne deriva offre lo spunto per una riflessione sulla questione della giustizia e sulle conseguenze morali che derivano da una reazione individuale. Kohlhaas è essenzialmente un buono, che reagirà alla sopraffazione assumendo per se stesso il ruolo di giustiziere e che, paradossalmente, conoscerà la giustizia solo nel momento in cui verrà condotto alla forca. In una scenografia come sempre nuda, Baliani, attraverso mimica, gestualità e il solo uso della voce, riesce a coinvolgere anche lo spettatore più distratto, dando vita ad una moltitudine di visioni e ad una narrazione che cresce man mano in intensità e vigore.

Attore di grande compostezza ed eleganza, supportato da una espressività incisiva ma senza fronzoli, spiega come mai ha accostato spettacoli in apparenza così diversi. “Kohlhaas è un eroe negativo, catastrofico, che vittima dello stato diventa brigante e assassino. Le domande morali che la vicenda solleva e lascia sospese (cos’è la giustizia, quella umana e quella divina, come può un individuo ricomporre l’ingiustizia) mi sembrarono, quando cominciai ad affrontare l’impresa memorabile del racconto, un modo per parlare degli anni ’70 e di quei conflitti in cui venne a trovarsi la mia generazione, quando in nome di un superiore ideale di giustizia sociale si arrivò ad insanguinare piazze e città”.
Come dire che la Storia cambia, ma in fondo è sempre la stessa.