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"IN MEMORIA DI PRIMO LEVI (1919-1987)"Una lezione – concerto, un ricordodi Alessandro Rosanò L’11 aprile del 1987, a Torino, Primo Levi cade dalla tromba delle scale di casa sua e muore. Una morte assurda, che porta molti a parlare di suicidio più che di incidente. Un suicidio dovuto all’insostenibile consapevolezza che l’orrore da lui vissuto a Monowitz, uno dei campi del sistema Auschwitz, potesse essere negato, riletto, spiegato, compreso.
Autore di “Se questo è un uomo”, opera definita da molti come la più completa rappresentazione di quello che i lager erano stati, Primo Levi scelse di affidare alla scrittura la sua storia, le sue storie e, fino ad un certo punto, la possibilità di alleviare la sua sofferenza. In occasione del ventennale della sua scomparsa, si è tenuta a Padova, all’Accademia Galileiana, l’8 novembre, una lezione-concerto per chiarire i contorni di questa figura emblematica della memoria della Shoah. L’analisi dell’opera di Levi è stata affidata alle parole del prof. Antonio Daniele, ordinario di Storia della Lingua Italiana e Linguistica Italiana presso l’Università di Udine, il quale ha concentrato la sua attenzione in particolar modo sui primi tre capitoli de “I sommersi e i salvati”, il libro che stava a significare come i conti con il passato non fossero stati definitivamente chiusi, il testamento spirituale di questo chimico che mai avrebbe pensato di diventare uno scrittore. Il lager fu, come ebbe modo di dire lo stesso Levi, “una gigantesca esperienza biologica e sociale”, all’interno della quale era data la possibilità di sopravvivere, ma solo a scapito degli altri. “I sommersi e i salvati” si articola in otto capitoli, ognuno dei quali reca un titolo che sta a riassumere quel che Levi voleva esprimere. Così “La memoria dell’offesa” (Cap. I) indica, secondo le parole del relatore, “la non oggettività e instabilità del ricordo, ma soprattutto la realizzazione di un processo di rimozione” da parte di molti tra coloro che in prima persona avevano vissuto quell’esperienza, ma anche, e forse soprattutto, da parte di quelli che, pur di fronte a prove evidenti, si ostinavano (e si ostinano ancora oggi, visto che il messaggio di Levi è sempre valido) a negare. “La zona grigia” (Cap. II) è l’espressione utilizzata da Levi per riferirsi al “collaborazionismo diffuso all’interno dei campi” ma anche ai “confini incerti della moralità e della colpa”. Vittima e carnefice dunque erano portati a confondersi, fin quasi a vedere sovvertiti i loro ruoli. Non vi erano alleati, ma “mille monadi disperate, pronte a tutto per salvarsi”, a conferma di come avesse ragione Thomas Mann a dire che “L’uomo è una creatura confusa”. Ne “La vergogna” (Cap. III) Levi illustra quel senso di colpa che aveva fatto sì che ognuno fosse “il Caino di suo fratello”. La liberazione da parte dell’Armata Rossa non venne accolta con gioia, perché i mesi trascorsi all’interno del lager (per Levi quasi un anno, febbraio 1944-gennaio 1945), avevano determinato un profondo cambiamento all’interno dei superstiti, i quali si vergognavano della loro salvezza e dei loro morti, come se tutto fosse avvenuto per una loro vera responsabilità. Quindi, è intervenuto il prof. Guido Santato, docente di Letteratura Italiana presso l’Università di Padova, il quale ha avuto modo di conoscere e frequentare Primo Levi. Dello scrittore torinese ha ricordato soprattutto la “straordinaria capacità di parola”, che lo portava a raccontare a chiunque incontrasse, in qualunque occasione, anche sul treno che lo portava a lavoro, le sue vicende, perché nulla venisse dimenticato, perché “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare”. Per sottolineare questo aspetto del carattere di Levi, Guido Santato ha ricordato una sua frase: “Il mio tempo è di tutti”, a indicare il dovere morale e religioso (se si può parlare di religione, riferendosi a Levi che divenne ateo dopo l’esperienza di Auschwitz) della testimonianza. A seguire, si è tenuto un concerto del soprano Giulia Peri e del pianista Gregorio Nardi, con lo scopo di ricordare la persecuzione subita dagli ebrei italiani, attraverso opere di musicisti che furono colpiti dalle leggi razziali: Guido Alberto Fano (1875-1961), che diresse diversi conservatori, prima che i provvedimenti del 1938 lo obbligassero a lasciare l’insegnamento, autore di musica da camera; Aldo Finzi (1897-1945), autore di liriche basate su testi propri e di poeti simbolisti francesi; Vittorio Rieti (1898-1994), legato alle Avanguardie, emigrato negli Stati Uniti nel 1940 (uno dei salvati, quindi); Leone Sinigaglia, che realizzò le Vecchie canzoni popolari del Piemonte, inserite in questo concerto per indicare il forte legame tra Primo Levi e la sua terra. La seconda parte del concerto è stata invece dedicata al ricordo di musicisti ebrei d’Europa, vittime dello sterminio nazista nei campi di concentramento: Pavel Haas (1899-1944), compositore; Gideon Klein (1919-1945), compositore e pianista di talento; Viktor Ulmann (1898-1944), scrittore e compositore di lieder. Tutti sono accomunati dalla prigionia nel ghetto di Terezín, in Boemia, una sorta di specchietto per le allodole del regime nazista. Qui infatti venivano invitati membri della Croce Rossa o personalità straniere per dimostrare come i campi di concentramento fossero luoghi dove gli ebrei venivano curati e aiutati, in modo che potessero vivere una vita migliore. In realtà, dei quarantamila prigionieri di Terezín (quindicimila bambini), pochissimi sopravvissero, quasi tutti furono deportati ad Auschwitz. Il senso della serata e della proposizione delle opere di questi autori e tutto nelle parole di presentazione del soprano Giulia Peri: “Ad Auschwitz, dove, nell’autunno 1944, questi uomini furono trasferiti e poi uccisi, i loro percorsi si incrociarono con quelli di Primo Levi. Essi sono fra i sommersi e anche per loro Levi, salvato, racconta”.
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