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INCONTRO CON CLAUDE CHABROLEnrico Ghezzi e Claude Chabrol a colloquiodi Pierpaolo Simone Arriva all’improvviso, imponente e fragorosa. La risata di Claude Chabrol è quella dei suoi personaggi. Attraversa i suoi film con cinismo e ironia, racconta il crimine e l’intimità con il passo leggero di chi usa, alla perfezione, gli elementi magici del cinema.
E’ un Claude Chabrol a ruota libera quello che ieri sera si è intrattenuto per più di due ore con il pubblico in sala. Un colloquio sul cinema, sul suo cinema, consumato fianco a fianco con uno dei suoi più grandi estimatori: Enrico Ghezzi. Dopo la proiezione di M. Le Maudit, cortometraggio dell’ottantadue che omaggia il Mostro langhiano, Chabrol racconta la sua passione per i grandi registi che forse, più di tutti, hanno influenzato il suo cinema: Fritz Lang, Alfred Hitchcock, e l’espressionismo tedesco. "Nel cinema di Lang il crimine è importante - dice Chabrol - va di pari passo con il senso di colpa. Mentre nei miei film il crimine è solo un colore (il noir), un mezzo per mettere i personaggi in una certa condizione." Aggiunge lui stesso: "molto spesso, sono gli stessi personaggi ad essere sorpresi dell’azione che compiono. Il crimine arriva all’improvviso ed è bello scorprire come si è passati a quello che gli psichiatri chiamano l’atto. Un modo per leggere l’intimità e la natura umana. Sogno di fare prima o poi un film su un criminale sano." Colui che porta in sé il germe del male senza farne uso. Ride ancora, conversa con un Enrico Ghezzi in splendida forma che monologa come al solito invece di domandare. Ma Chabrol parla ancora di sé, spiegando al pubblico l’utilizzo nelle sue scene di venditori di pallonicini in stile mostro di Dusseldorf. "Credo che quella dei palloncini sia una delle più schiette metafore della vita umana. Vengono gonfiati e, a seconda del peso, della forma e dell’ambiente in cui stanno, restano in aria in un certo modo. Cambiandone la consistenza oppure affidandosi al vento, cambiano direzione, salgono o scendono. Ma non tornano mai indietro." Così la vita, e i suoi film. In questa XXIII edizione del Festival , Torino ha lanciato una retrospettiva completa del grande regista francese che si consumerà nell’arco di due anni, tanto è vasta e complessa la sua filmografia: più di ottanta film tra lungometraggi, corti e film per la televisione. Tanto che, sorride, neanche lui li ricorda tutti. Grandissima la partecipazione di pubblico, sale sempre al limite della capienza e notevole l’interesse suscitato dalle sue prime opere cinematografiche. Chiude con una nota un pò amara, forse dolente. Quella che sta distruggendo le banlieus parigine in queste settimane. "La stupidità umana non ha limiti, a differenza dell’intelligenza. E la stupidità ha due forme: o è dovuta a mancanza di intelligenza o a pigrizia." Racconta di un’esponente della destra francese che, nei giorni del coprifuoco, si chiedeva come mai i contestatori non andassero a bruciare i quartieri dei ricchi, invece che le periferie. "Vi rendete conto? Voleva dire una frase ad effetto è ha praticamente consigliato ai contestatori di fare la rivoluzione". "E’ questo il problema. Questo è un chiaro esempio di stupidità. Ma, quando ci saranno le elezioni, e quell’uomo sarà rieletto, ci saranno persone ancora più stupide. Quelli che lo avranno votato". Chissà che, fra un film e l’altro, questa morale si possa utilizzare anche per la nostra Italia.
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