INCONTRO CON KUROSAWA KIYOSHI

La morte secondo Kurosawa

Quali sono le figure che rappresentano la morte nel cinema asiatico? Che rapporto c’è fra i vivi e i morti? Che cosa sono gli spiriti? Come inserire certi scenari orrorifici nel contesto della società contemporanea?

Tali interrogativi sono stati affrontati da un maestro indiscusso del terrore, già pioniere del j-horror, il regista, critico cinematografico e storico del cinema Kurosawa Kiyoshi.
La conferenza da lui presieduta l’8 marzo presso l’auditorium Santa Margherita di Venezia è stato un evento unico, reso possibile dalla neonata Ca’ Foscari Cinema in collaborazione con Japan Foundation, il Dipartimento di Studi sull’Asia e sull’Africa Mediterranea.

Kurosawa ha introdotto l’argomento mostrando uno spezzone – da cardiopalma – tratto dal suo celebre Kairo (2001), ove si vede un ragazzo sconvolto dalla presenza di uno spirito di defunto che non si dissolve neppure in seguito ad un contatto fisico.
A commento di ciò, il regista ha sottolineato quanto Kairo sia stato importante come esperienza umana prima che professionale perché egli stesso si è dovuto mettere in gioco con domande sugli spiriti e la morte, nel tentativo di trovare un’idea semplice che potesse essere conforme al sentire dell’uomo comune giapponese – come egli stesso ama definirsi ribadendo ancora una volta l’umiltà che contraddistingue i grandi.

Attraverso un’allegoria, su di un ragazzo che vuol parlare col padre morto tramite un medium, ha proposto una prima ipotesi: “Forse gli spiriti dei defunti sono soltanto nel cuore degli uomini.”
Ma per un regista horror tutto ciò non può venire in aiuto alla sua missione che è spaventare, perciò servono cose che possano apparire reali, tangibili, concrete ed infine credibili.
“In termini pratici – ha affermato Kurosawa – mi devo chiedere se lo spettro sarà un attore o un’animazione; e poi, deciso che sarà un attore, che corporatura dovrà avere costui? Avrà dei vestiti? Fluttuerà nell’aria o camminerà?”.

Delle questioni di ordine tecnico assai sintomatiche della sua meticolosità nel rendere verosimile anche la situazione più irreale.
“In verità lo spettro è quasi uguale a noi umani – ha proseguito il regista – l’unica differenza sta nel fatto che è morto. Lo spettro perciò potrebbe essere il riscontro su quanto accade agli uomini dopo la morte, ma allo stesso tempo non si può ridurre tutto all’equazione morte = spirito di defunti.” E’ cominciato poi il resoconto sulle fasi di lavorazione al soggetto di Kairo, al fine di chiarire diversi aspetti legati all’aldilà e agli spettri. In partenza, il film avrebbe dovuto raffigurare gli spiriti come degli extraterrestri scesi ad invadere la terra, ma le giustificazioni narrative non erano del tutto plausibili in quanto non soddisfacevano un’importante questione: che motivo avrebbero avuto queste entità per occupare il suolo terrestre?
Successivamente si propese per un taglio diverso, e gli spiriti divennero dei fuggitivi dell’inferno.

Ricostruire i paesaggi infernali, tuttavia, sarebbe stata impresa disperata e dunque si arrivò a stabilire che gli spiriti dovessero ritornare nel mondo dei vivi per risolvere delle faccende rimaste in sospeso nella loro esistenza precedente.
Una scelta che si riallaccia direttamente alla letteratura classica giapponese (I fantasmi di Yotsuya) e occidentale (Amleto) dove appunto i fantasmi cercano vendetta verso il loro uccisore. “Per questo, Kairo può considerarsi il risultato della proiezione di un carattere classico nella dimensione contemporanea”.

Ma cos’è che affligge la società contemporanea? La solitudine.
Ed infatti gli spiriti di Kairo non sono altro che ectoplasmi di persone abbandonate, dimenticate, che continuano ad essere sole anche dopo il trapasso: “la morte è la solitudine eterna” – recita uno di loro nel film. “A questo punto la morte diventa un prolungamento della quotidianità che sperimentiamo in vita, e credo che molti giapponesi potrebbero convenire su questo ” – conclude Kurosawa.

Un’interessante domanda viene posta dalla critica cinematografica e docente universitaria Roberta Novielli, riguardo l’utilizzo delle location in chiave “spettrale” da parte del regista.
La risposta: “Tokyo è l’emblema della ricostruzione continua. Gli edifici vengono distrutti e poi negli stessi spazi ne sorgono di nuovi, tutto il contrario delle città storiche italiane. Il panorama di Tokyo cambia senza sosta. Essendo lo spettro legato ad un luogo, l’idea che vedesse sparire e poi sostituire la propria abitazione, è per me un qualcosa che aumenta ulteriormente il senso di solitudine in quanto viene a mancare la familiarità con un ambiente. E’ stato molto difficile, ad esempio, trovare la fabbrica fatiscente che si vede in Kairo perché edifici così vetusti a Tokyo sono davvero rari”.

Un’occasione speciale che ha posto un fertile confronto tra due culture e il loro rapporto con il tema limite per eccellenza, attraverso una personalità come Kurosawa che oltre ad aver trattato il tutto in modo piacevolmente antiretorico, ha messo a nudo il suo percorso interiore ricco di stimoli, affascinanti tormenti ed elaborazioni artistiche per dare immagini ai propri (ma anche nostri) fantasmi.