“INLAND EMPIRE – L’impero della mente” di David Lynch

Fermi nel mezzo

Fuori Concorso
“Inland Empire” non è una storia. E’la raffigurazione di un mistero che ha come protagonista una donna perseguitata dai propri fantasmi.

Impresa non facile ri-leggere e ri-vedere Lynch dopo Mulholland Drive. Sono passati cinque anni da quando il film venne presentato a Cannes. Le lacerazioni e gli strappi presenti nella strada che attraversa le colline intorno a Los Angeles sembravano poter delimitare i confini di un incubo privato. Anche qui lo scopo di Lynch appare quello di mettere lo spettatore in un rapporto con l’immagine molto più forte di quanto non lo sia con la realtà, proprio in forza dell’apparizione, intesa come improvviso verificarsi di eventi sinistri e desueti. Il disagio che si induce nello spettatore nasce da ciò che non si riesce a capire né a vedere, e ne è dunque la diretta conseguenza. Dal disagio spettatoriale nasce però lo statuto stesso del fruitore dell’opera d’arte, di cui Lynch sembra assolutamente consapevole: infatti, l’invisibile condiziona la costruzione del visibile e ciò costringe lo spettatore a questo ruolo attivo, divenendo colui che introduce nell’opera un “quid” di autonoma interpretazione. E’ come se l’opera stessa, irrisolta, trovasse realizzazione nella lettura che ne viene fatta da molteplici sguardi: opera aperta (Eco).

Se fino ad ora le parole chiave erano “sospeso”, “irrisolto”, in INLAND EMPIRE l’uso che se ne fa è contrario a qualsiasi aspettativa. In questo caso, il disordine estetico unito allo stordimento narrativo ci fa sprofondare in una voragine la cui forza attrattiva è potentissima. L’incubo in cui siamo intrappolati non ci lascia vie di fuga. Peggio ancora. Tutte le porte che si aprono all’improvviso solo all’apparenza creano in noi un senso di speranza e di luce. Nei fatti, contribuiscono ad allargare (fino all’infinito) il buco nero presente sotto i nostri piedi. Decifrare i grandi misteri dell’esistenza non si risolve, in questo caso, nella ricorrente contrapposizione tra Bene e Male, Oscurità e Luce, Essenza e Apparenza, Normalità e Anormalità. Qui avviene qualcosa di più. Cadiamo feriti all’interno di una trappola per topi da cui è umanamente difficile separarsi. Veniamo brutalmente catapultati in quella zona liminare tra realtà e sogno (tanto cara al regista) con lo specifico intento di farci rimanere. Persi “in the middle of nowhere”. Non è un caso che il titolo della pellicola richiami un sobborgo residenziale di Los Angeles esattamente al confine con il deserto. Mai Lynch ci indica una strada per uscire. E’ come se fossimo da sempre nati in un labirinto che non prevede l’esistenza di porte d’ingresso o di uscita. E’ come se, all’improvviso, ci accorgessimo che il pezzo per completare il grande puzzle è dato da noi stessi.

Detto questo, non ci deve sorprendere che tutti gli attori del film abbiano scoperto l’evoluzione della storia giorno per giorno. Il regista di Una storia vera ha lasciato che lo scritto prendesse forma da solo. Tutto pare avvenire quasi per caso. Il suo modo di girare richiama la teoria dei quanti o del campo unificato per cui un’idea è collegata ad un’altra in qualche modo o livello. Lynch fa in modo che tutto trovi un suo posto. Le persone e le cose si auto-rivelano per quello che sono senza l’utilizzo di espedienti precisi o trucchi nascosti. Non solo le parole che danno peso al tutto. Lo spettatore deve raccogliere l’invito del film a lasciarsi guardare. “E’ come con la musica – dice Lynch. Non ha importanza quello che si ascolta ma come lo si percepisce”. Nonostante le molteplici complessità del magma lynchiano, saranno in molti a capire come ogni scena girata sia portatrice di possibilità infinite. Basilare è lasciarsi andare per cadere a capofitto all’interno di questo universo. Questa è la richiesta di David.

Ma INLAND EMPIRE farà parlare di sé soprattutto a causa della nuova passione del cineasta del Montana per le riprese in video digitale. Il film è girato in DV, formato del quale il regista si dice entusiasta: “ La pellicola, anche se bellissima, è lenta. Non ti permette di cambiare idea continuamente. Ho cominciato a lavorare in DV per il mio sito web, e mi sono innamorato di questo mezzo. È incredibile la libertà e le diverse possibilità che fornisce, sia in fase di ripresa che in post-produzione. Per me, non c’è modo di tornare alla pellicola. Un bellissimo mezzo, ma molto lento e non hai la possibilità di sperimentare che hai qui. Una possibilità in più per chiarire le proprie intenzioni ai produttori o a sé stesso, prima di iniziare a girare”. La qualità delle immagini ricorda a Lynch la prima pellicola 35mm la cui grana non era così fitta. La povertà iconografica (da non confondere con scadenza) esalta lo spazio per il sogno. Forse, in questo piccolo dettaglio risiede la leggerissima debolezza del film. La “cotta” di Lynch nei confronti del digitale, alle volte, assomiglia più a un rifugio stilistico che a una spontanea modalità espressiva. Come un bambino che scopre il barattolo di marmellata, si ha come l’impressione che un eccesso di disordine sia legato maggiormente al desiderio quasi capriccioso di sperimentare che ad altro. Vedremo…

Le foto della passerella per la consegna del Leone d’Oro alla carriera>>>

Titolo originale: Inland Empire

Nazione: U.S.A.
Anno: 2006
Genere: Drammatico
Durata: 168′
Regia: David Lynch
Cast: Laura Dern, Jeremy Irons, Justin Theroux, Julia Ormond, Harry Dean Stanton, Scott Coffey, Mikhaila Aaseng
Produzione: Studio Canal
Distribuzione: Bim Film
Data di uscita: Venezia 2006