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INTERVISTA A FILIPPO TIMI: NON SOLO IMPROVVISAZIONEIl poliedrico attore perugino si racconta a NonSoloCinemadi Ada Guglielmino Come attore ci ha conquistato al cinema. Le sue pièce teatrali sono sempre sold out. Il suo ultimo libro, Peggio che diventare famoso, ha successo in libreria. E a Torino abbiamo scoperto il suo talento di regista. Potevamo forse lasciarci sfuggire l’eclettico Filippo Timi? Certo che no, e non fosse altro per svelare quanto è affascinante.
Filippo Timi è come un vortice di energia che ti avvolge e ti trascina. Ironico, divertente, ma molto serio quando si parla di cinema, teatro e letteratura, racconta se stesso e la vita con una grande fisicità, una voce bellissima, uno sguardo che – scusate la banalità – ti fa quasi commuovere. L’attore perugino è stato il protagonista di uno degli omaggi del 24° Festival Da Sodoma a Hollywood, da poco conclusosi a Torino. Al cinema ha lavorato, tra gli altri, con i grandi nomi della regia italiana: con Ferzan Ozpetek in Saturno contro, con Giuliano Montaldo ne I demoni di San Pietroburgo, con Gabriele Salvatores in Come dio comanda. Lui, giovane attore Premio Ubu 2004 come miglior attore di teatro under 30, è una molla in continuo movimento, che passa da una fragorosa risata alla riflessione seria e profonda in un attimo. L’essere in partenza per il tappeto rosso di Cannes come protagonista dell’unico film italiano in concorso a Cannes (Vincere di Marco Bellocchio) non scalfisce, nemmeno per un momento, la sua spontanea semplicità. NSC: Che effetto ti ha fatto essere ad appena 35 anni il protagonista dell’omaggio di un festival importante come “Da Sodoma a Hollywood”? Filippo Timi: Subito ho chiesto: “Ma mica sono morto?”. Appena ho scoperto di essere ancora vivo ho capito che questa era un’occasione per rivedere il mio primo film di Anna Negri (In principio erano le mutande, 1999), quello di Saverio Costanzo In memoria di me, che è stato importantissimo per me e poi un film indipendente su Masoch (L’eredita di Caino di Luca Acito e Sebastiano Montresor), un film un po’ "carmelobeniano", e molto interessante. NSC: Tu sei arrivato al successo lavorando, almeno all’inizio della tua carriera, con registi indipendenti o non particolarmente famosi. Come sceglievi, soprattutto all’inizio, i copioni e i ruoli che hai interpretato? Fiippo Timi: E’ capitato. Io credo nei rapporti umani che sono estremamente importanti. Quando ho incontrato Tonino De Bernardi, con cui ho lavorato per quattro anni, scrivendo sceneggiature e creando progetti o anche semplicemente come attore, ero fuori dal classico stereotipo dell’attore impostato e con la faccia giusta e quindi spontaneamente mi sono avvicinato a quelli che erano un po’ outsider del cinema, il che è stata una ricchezza enorme per me, perché mi ha aperto il cervello. E, almeno finora tutti i registi con cui ho lavorato assomigliano un po’ a quei registi un po’ underground: Gabriele Salvatores, per esempio, arriva dal teatro, e con lui l’approccio si è basato molto sull’improvvisazione. NSC: Come ti prepari per un personaggio? Filippo Timi: All’inizio ci mettevo, appunto, molta improvvisazione, ma alcuni ruoli sono così distanti che devi trovare dei collegamenti con te stesso per non correre il rischio di essere troppo esteriore. Per esempio per Rino Zena (il protagonista di Come Dio comanda di Gabriele Salvatores, un padre filonazista, ho cercato che cosa poteva significare per me avere un figlio ed essere arrabbiato con il mondo. Ma credo comunque che in ogni interpreatazione ogni attore ci metta sempre un po’ di se stesso. NSC: Filippo Timi scrittore. Le tue storie sono molto personali, epperò conquistano un gran numero di lettori. Come te lo spieghi? Filippo Timi: Non esiste la verità assoluta. Una storia è vera se è ben raccontata. Io in Tutt’al più muoio (Fandango Libri, N.d.R) alla fine muoio. E’ chiaro che non sono propriamente io. Io per fortuna sono anche altro, e non ci sto in 350 pagine. Il fatto è che mi sono creato un alter ego a cui faccio capitare delle cose. Alcune attingono al vissuto, altre sono perfette per la narrazione. Il motto è: è tutto vero tranne ciò che è falso, ma anche ciò è falso quando è ben raccontato diventa vero. E’ interessante distillarsi, inventare un archetipo così che in ognuno dei lettori alla fine c’è un po’ di “Filo”. NSC: Filippo Timi regista, oltre che di teatro, anche di del corto Atomique-Le trois Portes, un film che scherza con le perversioni famigliari. Filippo Timi: Nel 2000, spinto da Tonino De Bernardi, scopro che per fare un film non servono troppi mezzi, quanto una buona idea. Allora prima registro delle immagini, poi incastro altre immagini, una storia più narrativa. Il tutto in sette minuti, costati settemila lire, dato che c’era ancora la lira, cioè il costo della cassetta. Vinsi un premio di sette milioni. Però per il momento è l’unico che ho fatto. NSC: Due battute: che cosa piace e cosa non piace a Filippo Timi? Filippo Timi: Una domanda sui massimi sistemi… Mi piace vivere, non mi piace sentirmi frustrato, mi piace il sole dopo la pioggia. Mi piace la contraddizione. Non mi piace desiderare quello che non ho. NSC: Quale ruolo non hai ancora interpretato ma ti piacerebbe interpretare? Filippo Timi: Una commedia intelligente, ma è molto raro trovare delle belle sceneggiature intelligenti di commedie. Poi non ho pregiudizi. Capisco che in questo momento non sarei in grado di interpretare alcuni ruoli, per esperienza e anche per un percorso personale, Ma credo di essere autentico. Meglio poche cosa ma davvero buone.... http://www.filippotimi.com
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