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"INTERVISTA A MASSIMILIANO ZANE"L’ esplosivo autore di “SOLO ANDATA” parla della sua opera prima…di Eleonora Speranza Nalesso Capelli lisci, castani e abbastanza lunghi, occhi scuri e sguardo severo, incorniciato dalla montatura degli occhiali scuri, incutono un po’ di soggezione. Non aiuta a sciogliersi l’ abbigliamento immancabilmente nero. Uno spiraglio del suo carattere esuberante, s’intravede quando gli si osservano le scarpe, delle sneakers scozzesi.
Quando poi comincia a parlare della sua passione per l’ abbigliamento scuro e delle sue adorate scarpe colorate, si capisce che è proprio l’autore di SOLO ANDATA …
Massimiliano Zane, classe 1979, è un ragazzo dall’ intelligenza brillante e dal carattere esplosivo. La sicurezza che contraddistingue il modo di esporre le sue opinioni non contrasta con la sua gentilezza e la sua voglia di scherzare. Dal modo in cui si muove e gesticola si capisce che la timidezza non gli è familiare e che ha conservato l’energia dei bambini nel raccontare le cose. Tra una domanda e l’altra, una battuta, un aperitivo e una buona dose di risate, mescolate alla profondità di certe riflessioni, passare tre ore con lui è un’esperienza che lascia il segno. Da cosa è nata l’esigenza di scrivere questo libro? Il libro è nato molto violentemente e velocemente, così come sono le trame dei racconti, stese in un periodo compreso tra il novembre 2005 ed il febbraio 2006. L’ idea è stata quella di scrivere, non quella di scrivere un libro, quindi buttar giù quello che ti passa per la testa e vomitare le parole sulla carta, senza che ci sia per forza un profondo significato recondito. Comunque, tutto è stato influenzato dal mio legame intellettuale con Bukowsky, che in questa mia opera prima mi ha condizionato anche da un punto di vista stilistico. Ho scritto il libro in un momento particolare, ma sia chiaro: non è funzionato da valvola di sfogo. Sembra che nella successione di questi racconti ci sia la volontà di ritrarre degli spaccati di vita d’ oggi, o mi sbaglio? Qual’ è il filo conduttore che ti ha portato ad organizzarli in questa successione? Fondamentalmente, essendo un’opera scritta di getto, non c’era un ordine particolare, quindi l’ordine definitivo è stato scelto con l’editor. Ci si è proposti di creare, comunque, un ordine altalenante della temperatura dello sguardo del lettore: l’importante era far sì che il lettore non desse per scontato l’andamento del libro. Ad esempio, non potevo permettere che la violenza che caratterizza i primi due racconti diventasse una costante dell’intero libro. Non era quella la mia intenzione. Quello che volevo davvero era che la gente si ricordasse del libro nel bene e nel male, indipendentemente dai giudizi. E per quanto riguarda il tuo stile? Lo stile è anglosassone-americano con qualche rimando alla beat generation. Periodi brevi. Poche virgole. Dialoghi incalzanti e pochi fraseggi. Quel che devo dire, lo dico con poche e semplici parole: un pugno nello stomaco del lettore. Quando scrivo non voglio annoiarmi. Io scrivo per me stesso, perché ne sento il bisogno, indipendentemente dal fatto che poi qualcuno lo legga. Generalmente non rileggo mai quello che scrivo, se non al momento dell’ editing finale, che può durare anche alcuni mesi, in cui faccio un lavoro di limatura ed aggiunta. Leggo un fondo di avversione nei confronti della donna nei tuoi racconti. Come mai hai proposto questa visione della donna? Principalmente nasce da un mix di forti contrasti che ho passato. Nel libro ho riversato un momento di d’ ironia isterica, disperata partecipazione e risentito cinismo disilluso che, a volte, mi trascino ancora dietro. Ma, in generale, il mio rapporto con le donne è buono. Mi piace averci a che fare (con tutte le conseguenze che comporta). Come vedi il mondo dell’ editoria italiana oggi? E’ in crisi per antonomasia, legata anima e corpo al mercato. E’ un cane che si morde la coda: il livello della società scende, il mercato, per soddisfarla, scende a sua volta e la letteratura non può esimersi dal seguirlo, quindi precipita anch’ essa! E’ così che nascono i fenomeni Moccia e Faletti. E nei confronti delle voci emergenti? Questo si riflette nell’ estrema difficoltà che hanno gli emergenti di pubblicare. Le case editrici guardano più al presunto/sicuro successo di un libro/prodotto, che alla sua qualità. Sfortunatamente è solo una questione di investimenti, anche se ogni tanto qualche spiraglio di luce s’ intravede (vedi il sottoscritto). Progetti futuri? Ho appena finito di scrivere il terzo libro: il mio primo romanzo. Intanto sto aspettando i pareri di alcune case editrici per la pubblicazione della mia seconda raccolta di racconti.
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