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INTERVISTA A NICCOLO’ FABIdi Luca Bertoldo Abbiamo raggiunto telefonicamente Niccolò Fabi per un’intervista prima del suo concerto al New Age Club di Roncade. Si è parlato del suo ultimo lavoro Dischi volanti 1996/2006 ma non solo.
Ultimamente molti artisti italiani sono usciti con raccolte per i dieci anni di attività. La tua è un’esigenza di fare il punto della situazione oppure è una cosa casuale? «Ci sono due fattori. Uno è puramente tecnico: noi siamo l’ultima generazione che ha avuto contratti da cinque dischi, poi la discografia si è avvicinata a traguardi sempre più prossimi. E’ evidente che cinque dischi si esauriscono in una decina d’anni, quindi a fine contratto la casa discografica vuole capitalizzare quello che il qualche modo è il suo investimento facendo uscire una raccolta, che rappresenta lo sforzo minore con il massimo del rendimento. Non ti svelo un aspetto diabolico, la pratica è questa. A questo punto l’artista può comportarsi in due maniere: dire “disconosco questa operazione perché non è artistica” o utilizzare questa esigenza per farla bene, per dare uno strumento utile sia agli ascoltatori per iniziare un’eventuale nuova conoscenza - lo è stato per me con alcuni artisti con cui ho un iniziato un rapporto grazie a una raccolta - sia per fare un punto a capo di un rapporto che con la musica è iniziato da ventisette anni e che da dieci è diventato pubblico. Dopo tanti anni una raccolta è simbolicamente dire “fino ad adesso sono stato capace di fare questo”. Non lo faccio con voglia di celebrazione perché sarebbe assolutamente prematuro e inutile però scrivo l’ultima pagina di questo foglio per girarla e poi iniziare un altro capitolo. La pubblicazione stessa avrà delle modalità diverse». Negli anni ’90 sei emerso assieme ad altri esponenti dell’area romana come Gazzè e Silvestri. Oggi c’è la possibilità di una situazione analoga sia per quanto riguarda Roma che per le altre zona d’Italia? «E’ ovvio che la scena romana è quella che conosco di più, anche se con strumenti come Myspace si può avere il polso di quella che è la situazione altrove. E’ indubbio che la figura del cantautore è particolarmente presente a Roma, come raccordo delle attività di diversi musicisti, in altre zone molto meno, come ad esempio a Milano che ha una scena artistica estremamente viva ma che non ha espresso particolarmente punte di cantautorato, perché forse non è una figura che si adatta al carattere dei milanesi. A Roma c’è, è molto vivo, c’è sempre stata. Quello che è successo in quel locale che si chiamava Il locale che ha fatto confluire diversi artisti che poi hanno pubblicato nel corso degli anni - Zampaglione, Britti, Sinigallia, Silvestri, Gazzè, io - ha fatto sì che anche le generazioni successive hanno avuto fiducia che ciò potesse ricrearsi. Alcuni sono già emersi prepotentemente - Simone Cristicchi o Pier Cortese - e altri stanno approfittando di questa buccia, di questa culla che li sta sostenendo. E’ vero che la tradizione continua». Sembra che la situazione musicale italiana sia fatta di prodotti spesso buoni, ma manca la voglia di azzardare. Questo è dovuto al panorama generale della discografia? «E’ sicuro il fatto che noi abbiamo a che fare con una discografia sempre meno forte. L’editore è sempre meno partner stimolante dal punto di vista artistico ma può dire solo “questa canzone va o non va” soprattutto perché sta sotto schiaffo delle radio, quindi non decide neanche più per criteri propri. Questo a progressivamente demoralizzato gli artisti che hanno sempre cercato di mediare tra la libertà artistica e i parametri che sempre più confusamente la discografia gli stava dando. Siccome per fortuna questo rapporto si sta collassando la discografia non ha più veramente potere. In assenza di un editore disposto a investire si può avere una maggiore libertà, un maggiore azzardo. Vedo in prospettiva un momento in cui questo sarà possibile». Mi ha colpito la scelta di girare l’Italia “per locali”. C’è un motivo preciso? «E’ la scelta più naturale: il locale è il posto in cui più o meno tutti i musicisti hanno iniziato a suonare. Non ho un passato da cantautore che ha iniziato con la chitarra a casa scrivendo canzoni e poi ha bussato alla casa discografica, più o meno ho sempre suonato nei locali. A parte che io posso decidere solo tra teatri, piccoli e medi, o locali…non palazzetti o stadi. Non si tratta di presentare un disco nuovo ma di andare a suonare, divertirsi suonando, andare a salutare le persone che ho conosciuto in questi anni e passare una serata insieme: il locale in questo è la cosa più automatica. Le persone che non sono mai venute a un mio concerto si aspettano qualcosa di più “cantautorale”, poi si stupiscono perché invece c’è molta energia musicale». Visto che sei appassionato dei Police, cosa ne pensi di questa reunion? «Tutti noi speravamo che non avvenisse perché volevamo che i Police rimanessero un esempio di coerenza che non cede a desideri nostalgici di ripresentare cose di cui abbiamo un meraviglioso ricordo. Quando però ho visto l’esibizione loro ai Grammy, pur non avendo seguito le recenti evoluzioni di Sting…quando si mette lì con Copeland e Summers a fare quei pezzi è sempre una cosa molto superiore alla media: tre musicisti che insieme creano un’alchimia meravigliosa. Mi fa capire perché c’eravamo tutti così innamorati di loro».
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