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"Il Riccio" di Mona AchacheUna felice trasposizionedi Fabrizia Centola Nella frase, le parole si concatenano per descrivere, per raccontare, intime considerazioni, azioni, pensieri e sguardi; un’immagine può comprendere in sé più frasi, ma al tempo stesso, può restare spoglia della loro essenza.
Mona Achache, regista al suo primo lungometraggio, traduce in immagini il fortunato libro di Muriel Barbery, L’eleganza del riccio. Si allontana dalla pagina letteraria, ma senza tradirla. Seleziona e distilla, scarta, aggiunge e sviluppa; ne coglie l’essenza e la mette in scena con una raffinatezza mai esibita. Nello scenario chiuso di un palazzo art nouveau abitato dall’alta borghesia parigina, Renée Michel è la concierge. Secondo i canoni è di mezza età, sciatta, grassa e dai modi bruschi. Vive con un gatto pigro e la televisione sempre accesa, ma all’insaputa di tutti è un’autodidatta di eclettica e ampia cultura, che legge Tanizaki, Tolstoj e Kant e si commuove con Le sorelle Munekata di Ozu. Qualche piano sopra, Paloma è una dodicenne assai dotata e un po’ fanatica. Certa che la vita non possa riservarle altro che finire intrappolata come un pesce rosso nella boccia d’acqua, ha deciso che il giorno del suo tredicesimo compleanno sarà anche il giorno del suo suicidio. Con un’arcaica telecamera gira un video-testamento per dare immagini alla sua filosofia gravida di nichilismo; per registrare e commentare il suo piccolo mondo domestico: un padre vice ministro, una madre ripiegata sulla sua decennale analisi e Colombe, la sorella maggiore, normalista, vacua e saccente. Le riprese sgranate di Paloma diventano il punto d’appoggio per risolvere il racconto in prima persona della pagina letteraria. Allo sguardo in soggettiva si alterna quello della regista, che stringe sulla quotidianità di madame Michel: un gioiello nascosto che come un riccio, protetto dagli aculei, cela la sua profonda eleganza. Una trasposizione riuscita; la scrittura filmica di Mona Achache è elegante e ben definita, supportata dalla buona fotografia di Patrick Blossier le cui luci indagano l’intimo dei personaggi e dall’eccellente ritmo narrativo impresso dal montaggio di Julia Grégory, mentre Gabriel Yared compone una musica senza tempo, capace di catturare i sentimenti e di liberare emozioni. Goffa e ingombrante, Josiane Blasko, meravigliosa, è una dolente donna dalla vita interiore ricca, ma silenziosa e segreta; Garance Le Guillermic, bionda e occhialuta, salopette e magliette rigate bretoni, è un’adolescente assoluta, una piccola entomologa dai tratti geniali. Diverse e al contempo affini, Renée e Paloma non si riconoscono fino a quando non entra in scena Monsieur Kakuro Ozu (Togo Igawa), un giapponese enigmatico e colto; un anziano principe azzurro dallo sguardo profondo, capace di vedere oltre ciò che si vede, che con amabile insistenza invita l’invisibile principessa ad uscire dal suo nascondiglio e Paloma a scoprire i segreti della vita che si celano al di là delle apparenze. E per un attimo il numero 7 di rue de Grenelle diventa un luogo d’incanti, dove l’inaspettato fa capolino mentre i monti di Kyoto, al tramonto, assumono il colore del flan di azuki. Titolo originale: Le hérisson Nazione: Francia, Italia Anno: 2009 Genere: Commedia, Drammatico Durata: 100’ Regia: Mona Achache Cast: Josiane Balasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Anne Brochet, Ariane Ascaride, Wladimir Yordanoff, Sarah Lepicard Produzione: Les Films des Tournelles Distribuzione: Eagle Pictures Data di uscita: 05 Gennaio 2010 (cinema)
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