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Concorso "Il canto di Paloma" di Claudia LlosaL’Orso d’Oro al Perùdi Paola Assom Il festival di Berlino, per tradizione, non si lascia sedurre dalle mode, dalle tendenze, dal glamour. E’ una prerogativa rimasta orgogliosamente intatta negli anni, che si riconferma anche in questa edizione con una forza sbalorditiva. Mentre testate autorevoli (come "La Repubblica", sabato 14 febbraio) davano già per favorito il comunque bellissimo London River, nella serata dei premi Berlino attribuiva l’orso d’oro a La teta asustada della appena trentaduenne regista peruviana Claudia Llosa. Un film che non assomiglia a nessun altro, che mescola tradizioni e superstizioni, violenza e sopraffazione, amore e paura, delicatezza e brutalità. Il titolo (letteralmente “la tetta spaventata”, in italiano suona persino un po’ comico) è stato tradotto nella presentazione in inglese con The Milk of Sorrow (il latte del dolore), che rende efficacemente conto di una parte del film. Il sottotitolo recita: “Un viaggio dalla paura alla libertà”; anch’esso è centrato ma rappresenta solo una estrema sintesi del complesso racconto del film.
In una bidonville alla periferia di Lima, la giovane Fausta (la bellissima e intensa Magaly Solier) accudisce la mamma che si spegne lentamente cantando melodie improvvisate da lei stessa nella tradizionale lingua Quechua. Canti struggenti, nei quali ripete all’infinito il racconto della sua stessa vita e la tremenda vicenda di una violenza sessuale patita. Così, mentre canti e balli esagerati, con cortei pomposi di inutili e costosi regali, coronano una serie di sposalizi paradossali celebrati in batteria tra i giovani del misero barrio, Fausta rimane taciturna e ritrosa. Nel vicinato si racconta che la madre le abbia trasmesso la paura attraverso il suo latte e lei ora soffrirebbe di questa strana malattia chiamata “teta asustada”. Secondo lo zio - forse anche lui complice se non addirittura protagonista di tali violenze - conseguenze di questa malattia sarebbero sangue dal naso e svenimenti di cui soffre Fausta. Ma, visitata da un medico, si scopre una verità assurda e persino surreale: infatti la ragazza, pensando di poter evitare essa stessa la violenza sessuale e quale rudimentale strumento anticoncezionale, si era introdotta una patata nella vagina. Ma il tubero germoglia e cresce nel suo corpo, con conseguenze inquietanti. Nel contempo, bisognosa di una occupazione per guadagnare il denaro necessario al funerale della madre - che resta per lunghi giorni in casa, cadavere avvolta in stoffe come una mummia - Fausta trova lavoro presso una signora ricca della capitale. Costei, una pianista isterica ma di eccezionale bravura, resta affascinata dai canti istintivi e magnifici che la domestica inventa, come faceva sua madre, con melodie che valgono ben più che le perle che la signora le promette in ricompensa. Queste melodie, “rubate” alla giovane, sono riproposte dalla signora in un concerto per piano, che è un successo trionfale. Ma la ricompensa promessa non è mantenuta, estremo inganno dei ricchi ai danni dei semplici. Nella sontuosa dimora, tuttavia, almeno una cosa buona capita alla ragazza: conosce il giardiniere, l’unico uomo che con lei non sia brutale ma rispettoso, con le persone come con le piante e i fiori. Lui le parla in quechua, la sua lingua, quella in cui le parlava la madre, e poi la raccoglie svenuta; la fa finalmente operare e si intuisce che quella patata sia finalmente rimossa. Alla fine Fausta trova comunque un pugno di perle gettate via o perse dalla signora e sarà grazie a quel piccolo tesoro che potrà portare la madre verso il suo ultimo viaggio, in uno scenario da sogno ma anche da incubo, dove le onde spumeggianti dell’oceano si infrangono contro una costa di dune sabbiose e deserte. Il film dura solo un’ora e mezza ma è di una densità drammatica impressionante, con scene anticipate da effetti inquietanti, in una tensione costante che non si allenta mai. La regista alterna con sapienza scene drammatiche con momenti naive e persino kitch e sa utilizzare i suoni oscuri e incomprensibili della lingua dei nativi dandole un effetto magico e onirico. Per il suo primo film Madeinusa del 2006, Claudia Llosa ha ottenuto importanti riconoscimenti; ha prodotto questa pellicola con il sostegno del Berlinale World Cinema Fund. Titolo originale: La teta asustada Nazione: Perù Anno: 2008 Genere: Drammatico Durata: 103’ Regia: Claudia Llosa Cast: Magaly Solier, Susi Sánchez, Efraín Solís, Marino Ballón, Karla Heredia, Delci Heredia, Fernando Caycho Produzione: Wanda Visión, Oberon Cinematogràfica, Vela Producciones Distribuzione: Archibald Enterprise Film Data di uscita: 08 Maggio 2009 (cinema) Berlinale 2008
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