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"Il castello di Otranto" di Horace WalpoleLugubre e spaventoso, ecco il primo romanzo gotico della storiadi Giorgio Guernier Dodicesimo o forse tredicesimo secolo. A Otranto, nei meandri del locale castello, proprietà del principe Manfredo, è tutto pronto per le nozze del futuro reggente, il gracile Corrado. Costui sta per unirsi nel sacro vincolo del matrimonio alla giovane e avvenente Isabella, figlia del marchese di Vicenza.
La ragazza non scalpita certo all’idea di sposarsi con tale personaggio ma, fedele alle usanze dell’epoca, si piega alle ragioni di casata. La cerimonia sta per cominciare quando viene fatta una macabra scoperta: Corrado è morto, assassinato, fatto a pezzi e quasi interamente seppellito sotto un elmo gigantesco ricoperto di piume nere svolazzanti. La scena lascia il padre Manfredo a bocca aperta mentre il resto dei convenuti non sa cosa dire. Dopo qualche ora, la lucida follia di Manfredo lo spingerà a tentare di risolvere la situazione: il suo intento è quello di divorziare dalla moglie Ippolita e di sposare Isabella. Questo, almeno, sembra l’unico modo per salvaguardare la sua illustre stirpe. Riuscirà forse il tracotante principe nei suoi malvagi propositi? Il Castello d’Otranto è il primo romanzo gotico della storia (all’epoca, tuttavia, venne annoverato tra le fila dei ‘medievali’ perché ambientato proprio in tale epoca, sebbene in un arco di tempo non ben definito). Horace Walpole fu il primo in assoluto a parlare di passaggi segreti, porte cigolanti, lune piene, celle semibuie e perfino di fantasmi che escono dai quadri. Si inventò, in sostanza, il castello di Otranto, originalissimo contenitore di fantastiche ambientazioni lugubri che segnò la letteratura di quell’epoca e ispirò, negli anni a seguire, numerosi scrittori tra cui Ann Radcliffe e Walter Scott. Se l’apice artistico, il genere gotico lo raggiunse con certi racconti di Edgar Allan Poe, con il Frankenstein (o Moderno Prometeo) di Mary Shelley e con il Dracula di Bram Stoker è dunque indubbio che il suo rozzo primo vagito lo emise, a metà del millesettecento, con questa ‘operetta’ (così la definì lo stesso autore nella prefazione alla seconda edizione del libro) di Walpole. E sebbene Il Castello d’Otranto non sia certo un capolavoro (ma neanche Il Cantante di jazz lo è, eppure cosa non ha rappresentato nella storia del cinema!), caratterizzato com’è da uno stile a volte pedante e da una sinossi un po’ lacunosa e a tratti incoerente, ha dunque il merito di aver aperto un ciclo, di aver cioè ‘inventato’ un genere letterario. Per la serie ‘scusate se poco!’. Horace Walpole, Il Castello di Otranto, Bur, 2008, pp. 168, € 7,40.
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