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Il cinema israeliano contemporaneoRetrospettiva e tavola rotonda a Pesarodi Alessandro Cuk La 45. edizione della Mostra del Nuovo Cinema ha aperto una finestra sul cinema israeliano, attraverso un’interessante retrospettiva, che mette in evidenza la situazione contemporanea di una cinematografia di cui si sa poco, anche se ci sono segnali incoraggianti negli ultimi anni con alcune opere che hanno una distribuzione internazionale con buoni risultati. La tavola rotonda che la Mostra ha organizzato, con la presenza di cineasti e critici israeliani, ha messo in rilievo la situazione attuale di questa cinematografia che negli anni Novanta era in grande crisi e che soltanto nell’ultimo decennio è riuscita a rinascere sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Negli anni Novanta si producevano in Israele cinque film all’anno che pochissimi andavano a vedere e che non riuscivano a superare i confini nazionali. Soltanto Amos Gitai si confermava un autore di spicco, ma attorno a lui c’era il vuoto. Poi nel 2000 una nuova legge sul cinema, dopo alcune proteste dei cineasti israeliani, portava a un cambiamento radicale, con un maggior sostegno alle produzioni. Questo si incrementava nel 2002 con un accordo di coproduzione con la Francia che aveva positivi riscontri nella produzione. Attualmente in Israele si producono mediamente 20-25 film all’anno, alcuni dei quali partecipano a festival internazionali con risultati lusinghieri. Sono circa un centinaio i documentari realizzati e c’è stato anche uno sviluppo delle scuole di cinema che adesso sono 17. Durante la tavola rotonda, il critico Ariel Schweitzer, che è stato curatore della rassegna insieme a Maurizio De Bonis, ha spiegato molto bene questi sviluppi recenti che hanno portato il cinema israeliano a una vera e propria rinascita per un cinema sempre più collegato con registi giovani e anche con le donne sempre più protagoniste dietro la macchina da presa. Maurizio De Bonis ha sottolineato che "Israele non è solamente un luogo di conflitto, ma un territorio dove è presente una classe artistica che produce idee attraverso il cinema e le arti visive". E poi "il cinema israeliano si è mosso con grande libertà, anche su temi più scottanti ed esprime una grande vivacità rappresentata da opere che sanno parlare attraverso le immagini". Un discorso sottolineato anche dal regista Raphael Nadjari che spiega come il cinema "propone delle affermazioni molto forti sul conflitto, tenendo conto di tutte le posizioni. Tutte le voci devono essere ascoltate, nessuno può avere la posizione della verità assoluta. La forza di un dibattito civile è che ogni testimonianza è importante se tutti hanno la possibilità di parlare. Anche perché la realtà è molto più complessa di quello che sembra". La regista Michale Boganim ha parlato anche del rilancio in Israele del documentario e del cinema sperimentale, con una vivace contaminazione sia di formati che di contenuti. Danny Lerner, autore dell’interessante Frozen Days, ha parlato anche del cinema indipendente, lui ha realizzato il suo film con un budget di soli 25.000 dollari. Ha confermato che è importante che "le storie vengano raccontate in maniera visiva perché quando si parla attraverso le immagini ci si può capire a livello più profondo". Lerner sostiene anche l’importanza delle contaminazioni di generi, con la sua opera prima ha inserito situazioni di thriller che sono poco consuete nel cinema israeliano che predilige i drammi familiari o i film di guerra.
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