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"Il cinema italiano visto da Milano" alla CinetecaUn’abbuffata di cinema italianodi Rinaldo Vignati È partita venerdì l’ottava edizione de Il cinema italiano visto da Milano, l’annuale rassegna promossa dalla Fondazione Cineteca Italiana allo Spazio Oberdan di Milano e all’Area Metropolis 2.0 di Paterno Dugnano (con appendice al Cinema Astra di Como) che proseguirà fino al 7 febbraio. La prima giornata è iniziata con un documentario sulla comunità cinese, Giallo a Milano di Sergio Basso. L’attenzione verso la produzione documentaristica è una delle costanti della rassegna milanese: i dieci giorni di programmazione ne prevedono altri, sugli anni del terrorismo (Vittime di Giovanna Gagliardo), sui mutamenti della paternità (Come mio padre di Stefano Mordini), sulla guerra tra poveri per le case popolari a Bari (Housing di Federica Di Giacomo), su Nada (Il mio cuore umano di Costanza Quatriglio), sull’integrazione in una scuola romana (Sotto il cielo azzurro di Edoardo Winspeare). Appuntamento successivo della giornata inaugurale è stato quello con il primo dei cinque film del concorso “Rivelazioni” che propone registi alla loro opera prima o seconda: La straniera, secondo lungometraggio di un regista, Marco Turco, che ha peraltro una consolidata esperienza nella fiction televisiva (Ma il cielo è sempre più blu è il suo titolo più noto in questo campo). Il film, che è ambientato a Porta Palazzo, il quartiere multietnico di Torino, e tratta dunque di integrazione e di identità, ci è parso diretto con sicuro mestiere ed ha idee interessanti ma anche qualche momento un po’ troppo didascalico. Gli altri film del concorso, che saranno valutati da una giuria popolare, sono Aria di Valerio D’Annunzio, Una notte blu cobalto di Daniele Gangemi, La strategia degli affetti di Dodo Fiori e Vedozero di Andrea Caccia. La giornata si è poi conclusa con Quel fantasma di mio marito, vecchio lavoro diretto da Camillo Mastrocinque, per lungo tempo dato per disperso e recentemente restaurato dalla Cineteca (che l’ha presentato anche all’ultimo festival di Locarno). Il film – una commediola senza pretese, ma non priva di situazioni spiritose – è interessante soprattutto perché è la prima interpretazione da protagonista di Walter Chiari, che purtroppo è doppiato (probabilmente durante la fase di sonorizzazione del film l’attore non era disponibile perché impegnato nella sua attività teatrale), ma già mette in luce la sua mimica clownesca e la sua comicità giocata su una grande mobilità fisica. La rassegna consente di vedere, o rivedere, alcuni dei migliori film italiani della stagione, a cominciare da Vincere di Marco Bellocchio (che un referendum tra i critici ha laureato miglior pellicola italiana dell’anno). Spesso la proiezione dei film è accompagnata dalla presenza dei suoi autori – Valerio Mieli (Dieci inverni, 2/2), Davide Ferrario (Tutta colpa di Giuda, 5/2), Sergio Rubini (L’uomo nero, 7/2) – e interpreti – Filippo Timi (La doppia ora, 30/1), Margherita Buy (Lo spazio bianco, 1/2). Da non trascurare la presentazione (4/2) di alcuni brevi film di animazione di Simone Massi, introdotta da Goffredo Fofi. Tra gli appuntamenti si può segnalare anche la proiezione (7/2) di Se ta cati… ta copi!, versione doppiata in dialetto ticinese (ad opera del Teatro popolare della Svizzera italiana, senza intenti parodistici) di uno dei massimi capolavori della storia del cinema, The searchers (Sentieri selvaggi) di John Ford: andremo a vederlo con una certa curiosità, ma, da fordiani convinti, anche con una certa apprensione…
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