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"Il destino di un guerriero" di Agustín Díaz YanesLa Morte e il Soldatodi Enrico Ruffato Fa uno strano rumore, il sangue che sgorga. Un rumore schioccante, gorgogliante. Ne "Il destino di un guerriero", questo suono si ripropone in molti momenti, in molti toni, nello splendore agghiacciante del dolby surround. Il “capitano” Diego Alatriste è già un valoroso soldato delle armate spagnole nel 1622, quando combatte nelle Fiandre. Una volta fatto ritorno a Madrid, la sua vita prosegue in un alternarsi di luci ed ombre, ora sospinto dall’orgoglio che rende forti i guerrieri, ora segnato dalla sua vita di miserabile. Attorno a lui si muovono i personaggi opulenti e fortemente cattolici della Spagna di Filippo IV, impegnati a tessere trame di palazzo o a curare i propri meschini interessi.
Un affresco storico complesso ed elegante, quello che appare sullo schermo. In una Madrid dove i protagonisti si muovono nell’oscurità, e la regia li segue solamente a tratti per poi perderli, i tasselli si mescolano e si ricompongono, come a rappresentare il cammino delle vite degli uomini: un percorso che avviene parallelamente allo svolgersi della Storia. Le intenzioni di ognuno sono accennate ma rese esplicite solo all’ultimo momento, la volontà di sopraffazione è dipinta con due tratti differenti, quello violento e sanguigno degli spadaccini di professione e quello bisbigliato e opprimente dei nobili di Spagna. La Cavalleria è scomparsa, l’Onore non è più argomento da trattare, e sulle mani dei soldati rimane solo il sangue, che sia loro o dei nemici. Lungo tutta la durata del film si respira un’aria di ossessione religiosa, come in effetti doveva essere la cattolicissima Spagna dell’epoca, e più in generale l’Europa sconvolta dalle guerre seguite alla Riforma protestante: ebrei, musulmani, luterani e cattolici vivono fianco a fianco senza mai riuscire a tollerarsi, accomunati però dalla necessità di andare avanti, in un mondo violento e multiforme. E dalle vicende narrate emerge alla fine una mesta considerazione: nessuno conosce la verità riguardo a Dio, dopo la morte non c’è nulla, e le sole pene da temere sono quelle terrene, quali le malattie, la violenza, l’irraggiungibilità dell’amore, i tormenti procurati dall’avidità. La forse eccessiva lunghezza dell’opera e la scelta di narrare più vicende, solo in parte intersecate, rendono a volte Il destino di un guerriero di difficile lettura: ma le invenzioni visive, non nuovissime ma innegabilmente affascinanti (un Velásquez ricostruito dalla messinscena; picche e stendardi che compaiono sullo sfondo delle immagini di battaglia, come a segnare la profondità di campo - scelta grafica derivata da molte opere del Quattrocento italiano) elevano il film, trasformandolo in una sorta di libro di Storia illustrato. Inoltre, la violenza portata dalla secolarizzazione delle religioni non disturba, risulta scenografica e a suo modo perversamente fascinosa. L’unica nota stonata del film, per il resto così squisitamente europeo e lontano dalla spettacolarizzazione hollywoodiana, risulta essere la scelta di Viggo Mortensen, spagnolo biondo e con gli occhi celesti, rivestito del suo solito charme di eroe maledetto; ma, anche in questo caso, l’interessante regia di Augustín Díaz Yanes aggira l’ostacolo, scegliendo di non far crescere il protagonista durante il film, di non fargli imparare nessuna lezione di vita: da povero spadaccino opportunista (ma umano) nasce, e così se ne muore (forse), durante l’assedio di Cartagena, nel 1643. Lo spettatore assiste alla storia di un uomo che non muta il mondo, ma che combatte in un mondo che muta. Titolo originale: Alatriste Nazione: Spagna Anno: 2006 Genere: Azione, Thriller Durata: 140’ Regia: Agustín Díaz Yanes Sito ufficiale: www.alatristelapelicula.com Cast: Viggo Mortensen, Elena Anaya, Carlos Bardem, Pilar Bardem, Nicolás Belmonte, Javier Cámara, Jesús Castejón, Eduardo Noriega Produzione: Estudios Piccaso, Origen Producciones Cinematograficas S.A., Telecinco Distribuzione: Medusa Data di uscita: Roma 2006 22 Giugno 2007 (cinema)
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