Il diavolo a Blackmoor. Anzi, i lupi mannari.

Efficace ma poco originale il remake di "The wolf man" di George Waggner (1941)

Nuova trasposizione di una vecchia sceneggiatura, quella che Curt Siodmak (fratello del Robert Siodmak de “La scala a chiocciola”) scrisse nel 1941 per “The wolf man” di George Waggner. Nuova, si fa per dire, perchè qui, di nuovo non c’è proprio niente. Non che questo sia necessariamente un male.

1891. Lawrence Talbot (Benicio del Toro) è un attore shakespeariano che torna dagli Stati Uniti nella natia Inghilterra, tra nebbie, rovine di abbazie e vecchi castelli per indagare sulla scomparsa del fratello, chiamato dalla di lui moglie (Emily Blunt). Quando arriva nella magione di famiglia, il corpo del fratello è già stato rinvenuto, privo di vita e dilaniato orribilmente. Il vecchio padre (Anthony Hopkins) vive, solo e distrutto, nella memoria della moglie morta, coadiuvato solo da un vecchio servitore indiano. Intanto, nelle notti di luna piena, il borgo è flagellato dalle gesta di un licantropo. E a questo punto lo spettatore deve sorbirsi tutta la trafila delle ricerche e delle ipotesi scartate, pur sapendo perfettamente, già dal titolo, di quale sia la soluzione dell’arcano. Ma il canovaccio ha da essere rispettato, i canoni sono gli stessi da un secolo. Nella seconda parte, il focus si sposta su Londra, con gran dispendio di inseguimenti sui tetti e corpi maciullati, per poi ritornare nelle brughiere per l’ultimo atto.

Qui sta il problema-non problema del film. Qualcuno ricorderà certo la felice, personale e ispirata ridefinizione del canone licantropesco operata dai tre capitoli della serie “Ginger snaps” (in Italia, “Licantropia” ma con l’ordine dei capitoli sballato) o l’operazione riuscita solo in parte di Il patto dei lupi di Christoph Gans, o anche quel pastrocchio di Wolf – la belva è fuori di Mike Nichols. Guardando più indietro, i nobili padri sono Joe Dante, con L’ululato (1980) e John Landis con Un lupo mannaro americano a Londra (1981), due capolavori, qui giustamente omaggiati. In questo “wolfman” siamo lontani da qualsiasi tentativo di originalità o riscrittura/ampliamento dell’immaginario filmico: nel film succede quello che accadeva nell’originale di Waggner, settant’anni fa, fatta salva qualche rielaborazione delle psicologie, vedi alla voce Ispettore Abberline / Hugo Weaving, oltre allo sfoggio della CGI, in particolare nella seconda parte. A parte questo le scelte visive si richiamano apertamente (e, come anticipato, non deve per forza essere un male, anzi) ai classici della Hammer, oltre che al Corman delle trasposizioni/reinvenzioni dei racconti di Poe. I tempi narrativi sono quelli, e i dialoghi rieccheggiano parole già pronunciate da cento personaggi di film americani di genere dagli anni quaranta in qua. Ha senso tuto questo? Sì e no. Sì, in quanto viene abbastanza difficile pensare che il pubblico odierno di ragazzi di 18/20 anni (per cui Wolfman stato pensato e realizzato), avvezzi a grandi fratelli, isole dei famosi e carabinieri eroi dal cuore di bimbo, intuisca la differenza tra parole come “Bela Lugosi” o “Peter Cushing” e una qualsiasi locuzione quadrisillaba pronunciata in corretto aramaico: quindi, tutto questo potrebbe anche suonare nuovo per qualcuno. No, perchè se l’archetipo del licantropo è per definizione – al pari di quello del vampiro, dell’uomo nero etc – atemporale, il nostro immaginario non è più quello di cinquanta o settant’anni fa; il confronto con la contemporaneità implica una riscrittura sostanziale, per lo meno dell’iconografia. Cosa che è stata fatta puntualmente dai maestri, come quelli citati – Dante e Landis su tutti. Motivo per cui, i loro film continuano a funzionare anche oggi. Si può obiettare che Wolfman il confronto con la contemporaneità lo eviti già dall’assunto di base, ambientando la vicenda alla fine del diciannovesimo secolo; tuttavia, è una obiezione fasulla, in quanto film come Marie Antoinette di Sofia Coppola, Bram Stoker’s Dracula di Francis Coppola solo per citarne un paio affrescano le epoche più disparate (anche in senso metacinematografico) ma è la scrittura filmica ad essere consapevole e coscientemente contemporanea. Cosa che in Wolfman non avviene. Fermo restando che nessuno chiede a Joe Johnston di essere Coppola (uno a caso dei due), Dante o Landis.

Le note positive: i costumi di Milena Canonero sono splendidi; l’ambientazione, nella prima parte, è efficace e figurativamente ispirata; le musiche di Danny Elfman; il make-up del mitico Rick Baker, già oscar per gli effetti nel film di Landis del 1981, qui esplicitamnente omaggiato nella prima trasformazione di Benicio Del Toro. Altra nota positiva, la simpatica rilettura edipica al contrario della tragedia di Amleto, con la madre morta e il padre vivo e assassino. Oltre a questo, c’è da dire che, in Wolfman, un appassionato di cinema horror sui trentacinque anni può respirare quella salubre aria di prodotto di genere, onesto e senza troppe pretese, arricchito da quel tanto di flusso ematico, di nebbiose notti di luna piena, di belle fanciulle salvatrici/salvate in extremis… di anni in cui il cinema non conosceva il proto-linguaggio paratelevisivo che oggi tenta incessantemente di distruggere quel tanto di magia che la celluloide (o il digitale anche, se usato con dovizia) ancora conserva in sè.

Del Toro sembra Carmelo Bene (esteticamente, ovvio); Hopkins è incartapecorito ma sornione e sardonico quanto basta; Emily Blunt è bella e pura; Hugo Weaving un Ispettore Abberline contro cui il destino sembra davvero accanirsi: non gli è bastato scatenargli addosso, solo tre anni prima, lo Squartatore; ora deve vedersela anche coi licantropi.

Che cosa manca? Il volto di Barbara Steele nel quadro che ritrae la madre defunta di Lawrence Talbot, nella scena dell’incendio, splendidamente cormaniana. Ma per quello, come direbbe Vasco, “ormai è tardi”.