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"Il gioco dell’angelo" di Carlos Ruiz ZafónRitorno al Cimitero dei Libri Dimenticatidi Alessandro Rosanò
Dopo quattro anni da quando, grazie al passaparola tra i lettori, L’ombra del vento è diventato un caso letterario, il cantastorie spagnolo Carlos Ruiz Zafón ha dato alle stampe la sua nuova opera: Il gioco dell’angelo, un romanzo nel quale la tematica dell’amore per i libri, già presente nella sua prima fatica, si accompagna ad una storia di odio e redenzione.
Nella Barcellona degli anni Venti, David Martín desidera fare solo una cosa nella vita: scrivere. Il suo profondo interesse per la lettura, sviluppato fin dall’infanzia, l’ha portato ad una altrettanto forte passione per la scrittura, nell’adolescenza e nell’età matura. Dopo i primi racconti a puntate pubblicati su un quotidiano locale, una serie di libri (genere Grand Guignol) dal titolo La città dei maledetti e il romanzo I passi del cielo, accolto molto freddamente dalla critica, riceve un’offerta da un misterioso editore parigino, Andreas Corelli. Corelli è pronto a pagare centomila franchi al giovane scrittore perché realizzi un libro grazie al quale possa nascere una nuova religione. Proposta davvero molto strana, tanto quanto l’uomo che l’ha proferita, tanto quanto gli avvenimenti che cominciano a vedere David come protagonista passivo: la scomparsa di una grave malattia, la fine in circostanze poco chiare degli editori cui era legato da un contratto capestro, il ritorno dal passato di una storia di morte e scrittura, molto simile alla sua. Nel corso della narrazione, vengono rievocati alcuni dei luoghi che chi ha amato L’ombra del vento non può aver dimenticato: senza dubbio quella città magica e stregata che è Barcellona, ma soprattutto i due “templi” dei libri rappresentati dal Cimitero dei Libri Dimenticati e dalla libreria Sempere e Figli. Zafón colpisce ancora. Dopo aver fatto innamorare milioni di lettori in tutto il mondo grazie a L’ombra del vento, ritorna sul “luogo del delitto” con una storia dai tratti molto più cupi (simile nelle atmosfere a Il principe della nebbia) ma sempre basata su di una architettura complessa. Si tratta, ancora una volta, di una storia a matrioske, nella quale la narrazione principale è inframmezzata da continui richiami al passato e ad altre vicende (quelle di Pedro Vidal, di Cristina Sagnier, di Diego Marlasca), che non appesantiscono, ma anzi rendono più avvincente (e talora intricata) la trama. In fin dei conti, nel mondo dell’arte (si parli di letteratura, di cinema, di pittura…) il problema non è avere il colpo di genio, cosa che può accadere a chiunque, ma riuscire a confermare il proprio talento nel corso del tempo. E Zafón c’è riuscito, evocando l’atmosfera oscura di Barcellona, creando un nuovo personaggio enigmatico, Corelli (proprio come enigmatico era stato Julián Carax), inserendo un altro libro “maledetto”. L’unica pecca che si potrebbe imputare al romanzo è di essere un po’ meno opera letteraria e un po’ più bestseller rispetto al suo predecessore (per quanto, neanche Il gioco dell’angelo sia stato in grado di schiodare dalla vetta della classifica dei libri più venduti la tetralogia sui vampiri di Stephenie Meyer), ma è solo un’impressione, dovuta forse a certi dettagli macabri e ad un intreccio che, basato su continui colpi di scena, non è alla fine risolto per intero. Che altro dire? Tanto di cappello a Carlos Ruiz Zafón e alla sua apparentemente inesauribile fantasia. Carlos Ruiz Zafón, Il gioco dell’angelo, Mondadori, 2008, pp. 676, € 22,00.
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