“Il paese che è dentro di me” di Luigi D’Amato

Luigi D'Amato rilegge la poetica di Tonino Guerra

Luigi D’Amato, scrittore e critico letterario, ha recentemente pubblicato (per la Maggioli Editore di Santarcangelo di Romagna – Rimini) un corposo testo (di 238 pagine) sulla poesia dialettale di Tonino Guerra, dal titolo “Il paese che è dentro di me – la poesia di Tonino Guerra”. Si parla dell’autore di sceneggiature fra le più importanti nella storia del cinema non soltanto italiano, e sarebbe riduttivo citare l’opera che più di altre lo hanno reso celebre nel mondo: “Amarcord” di Federico Fellini (premiato con l’Oscar). Tonino Guerra è un poeta di elevato spessore, come ci fa capire il D’Amato critico letterario che già nel 1993 aveva realizzato con successo una operazione simile: aveva dato alle stampe “Le parole ritrovate.

Una lettura di Albino Pierro” (Ed. Osanna), che gli valse il Premio Basilicata per la saggistica. Occasione che portò a Rionero, per la presentazione del testo, il grande poeta di Tursi in una serata memorabile. Un percorso poetico in qualche misura parallelo quello dei due poeti di lingua dialettale, ma che converge nelle peculiarità analitiche di critica letteraria proprie dell’esperienza di D’Amato. Un Guerra poeta, nonostante egli sia “altrimenti famoso per le quasi cento sceneggiature, i suoi romanzi e la sua pittura”. Ed ancora commenta D’Amato: “Se Carlo Bo, per così dire, tiene a battesimo la poesia di Guerra al suo esordio, Pier Paolo Pasolini è il primo a parlarne in una storia letteraria.

Il realismo di Guerra, secondo Pasolini, oltre che caratterizzato dallo stile di diretta provenienza montaliana, con linguaggio intensamente sostantivato, oscuro per intensità non per evasività, è autenticato da una non ben definita coscienza politica…”
Anche Pasolini, come è noto, si era cimentato con la poesia dialettale del suo Friuli, e Montale commentava a sua volta che “…i felibristi friulani sono degli pseudodialetti, o meglio dei dialetti per saturazione letteraria”, riferendosi a coloro che nella scelta dialettale trovavano un diversivo alla inadeguatezza espressiva della lingua istituzionale letteraria.

Guerra ha scritto e pubblicato molto nel suo romagnolo stretto di Santarcangelo, leggerlo appare certo un’operazione difficile (non meno che per il “nostro” Pierro), perché la poesia è suono, ascolto, è fluido emotivo. Ecco perché “I bu” letta (e ascoltata) in romagnolo odora di terra, è un canto; in italiano è tuttavia una lirica struggente emotivamente toccante. “I bu” sono i buoi, e così si traduce Guerra, che pubblica in una omonima raccolta fra le sue più note: “Ditelo ai miei buoi che l’è finita/che il loro lavoro non ci serve più/che oggi si fa prima col trattore/E poi commoviamoci pure a pensare/alla fatica che hanno fatto per mille anni/mentre eccoli lì che se ne vanno a testa bassa/dietro la corda lunga del macello”. Poesia da brividi: c’è la terra, il paese, la natura e gli animali, lui che ha oggi ottantacinque anni, che con autoironia si mostra nella pubblicità in televisione, ha visto e descritto come pochi altri l’uomo e la storia, fra realismo e neorealismo.

Il paese, la contrada sono dentro di lui, che ritrae esemplarmente insieme a Fellini in “Amarcord” e che si può rivedere anche nel lacrimoso film del greco Theo Angelopulos “La sorgente del fiume” (dello scorso anno). Il suo paese, la natura emergono nelle sue opere portate sullo schermo da De Sica, da Monicelli, da Rosi, dai Taviani e da De Seta, ma anche da un intimista e difficilmente scrutabile come Antonioni. Wenders e Tarkovskij completano (in larga parte) il mosaico dei grandi registi che hanno lavorato con Tonino Guerra, regalando quei frammenti di umanità e di emozioni di cui non si riuscirà mai a fare a meno. “Nostalghia” era il titolo del film di Tarkovskij, e quella resterà forse come emblema di uno scrittore e poeta che ci ha regalato con i sogni l’odore di terra.
L’operazione di Luigi D’Amato ci fa scoprire una dimensione forse inedita di Guerra, della sua poetica, in quanto – secondo Italo Calvino – “tutto per Tonino Guerra si può trasformare in racconto e poesia: a voce, per iscritto e nelle sequenze filmiche, in prosa o in versi, in italiano o in dialetto romagnolo; c’è sempre un racconto dietro ogni sua poesia; sempre una poesia in ogni suo racconto”.

Maggioli Editore, marzo 2005, 238 pag., 24 euro