In un Divertente e interessante diario-racconto in prima persona di un’adolescente nella selvaggia e misteriosa (anche perché isolata da tutto il resto del mondo) Albania comunista c’è il dramma di un paese soffocato e isolato, ma anche l’ironia e la satira (da sempre l’ultima e a volte l’unica risorsa di cui dispongono ampiamente tutti i “sudditi” degli stati totalitari)
La protagonista, io narrante del libro, è una bambina che racconta i suoi “dolori precoci” dell’età di passaggio e i duri riti di iniziazione nell’Albania comunista: la maestra che la picchia per aver portato a scuola vecchie cartoline italiane, il padre assente, sottoposto a un processo a porte chiuse e poi condannato a lunghi anni di detenzione perché “aveva detto che non si trovavano le patate e che suo padre era stato arbitrariamente condannato dal Partito”, le penose visite al carcere. Ma anche i primi contatti con la sfera della morte e del sesso, la scoperta del corpo che cambia, le amiche con le quali condivide queste scoperte.
L’attenzione verso la sfera sessuale è piuttosto ossessiva, anche se non morbosa; prevale una nota ironica e, a tratti, surreale, anche perché questa attenzione si alimentata soprattutto di voci, dicerie, miti più che da contatti fisici o visivi (basta la diffusione di un sospetto per alimentare la fantasia erotica). Su tutto vigila l’occhio severo della madre-Partito, onnipresente e severo. Malgrado ciò (o forse grazie a tutto questo) l’ironia paradossale sfida il suo potere onnipotente: “Ho saputo che il mar Ionio (conoscete lo Ionio, questo mare blu e trasparente che bagna l’Albania, la Grecia e una parte del sud Italia?), ecco adesso anche voi potete sapere che questo mare leggiadro e cristallino grazie a un partigiano albanese di nome Ion, il quale un giorno cadde per la patria colorando col suo sangue le acque profonde, di rosso scuro”.
Ma evidentemente non è solo l’autorità del Partito l’obiettivo della scrittrice albanese. Fin dalle prime pagine e persino nel titolo si ironizza nei confronti di un’identità del paese “arcaico e patriarcale” e nello stesso tempo “fiero e selvaggio”. Eloquente, in tal senso, è quanto scrive l’autrice in apertura: “dedico questo libro alla parola umiltà, che manca al lessico albanese. Una tale mancanza può dar luogo a fenomeni assai curiosi nell’andamento di un popolo”.
Interessante anche la lingua con la quale scrive l’autrice, che ha scritto il libro in italiano (dal 1991 vive tra l’Italia e la Francia). È una lingua a tratti spigolosa, che suona in modo leggermente innaturale. La protagonista, che decide di emigrare in Italia nelle ultime pagine così si racconta: “In questa terra, gli albanesi hanno capito che possono morire. Nonostante il loro animo rapace e coraggioso, cominciano a sentire che le vertebre dolgono veramente, che la testa può fare tanto di quel male, i denti anche… i rimedi delle nonne albanesi qui non funzionano”. La scelta di abbandonare il proprio paese e la propria lingua è un’esperienza dolorosa ed evidentemente questa sofferenza traspare anche nel linguaggio.
Ornela Vorpsi, Il paese dove non si muore mai, Einaudi, 2005, pp. 111, 10 €







