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"Il popolo dell’autunno" di Ray BradburyIl senso della vita spiegatoci dalla penna di un eterno bambino con la passione per la fantascienzadi Giorgio Guernier E’ ottobre e ci troviamo in una cittadina qualsiasi della più dispersa provincia americana. I grattacieli che stuzzicano il palato del cielo e le metropolitane che irrorano di energia cinetica il mondo sotterraneo sono ben lontani.
Qui ci sono solo vecchie e caratteristiche casette, quelle con il porticato in legno e il giardino dall’erba ben tagliata, qualche negozio e al massimo una biblioteca. E’ anche per questo che i due giovani residenti, Jim Nightshade e William Halloway, quando vengono a sapere che in un mare di scoppiettante erba alta vicino al loro villaggio arriva un luna park, si eccitano a tal punto da non stare nella pelle. Vogliono andarlo a visitare, vederlo da vicino. Ma le premesse, fin dal loro arrivo, incorniciato da un cielo autunnale e da un venticello frizzante, non sembrano le migliori e i due imberbi protagonisti si troveranno ben presto in un mare di guai ed avranno a che fare con giostre che fanno, ad ogni giro percorso, invecchiare o ringiovanire di un anno lo sventurato avventore, con fenomeni da baraccone incastrati in vite che più non gli appartengono, con un uomo tatuato che più terribile non si può e con tante altre inusuali mostruosità. Ed eccolo qui, un altro appassionante romanzo di fantascienza, sputato su carta durante qualche pomeriggio di ordinaria genialità da quel maestro di Ray Bradbury. Come in altre sue opere, c’è la provincia americana, ci sono dei bambini come protagonisti, c’è una guida più matura che la sa lunga, a proposito della vita e di tutto il resto, e c’è tanta tanta fantasia, che si erge immortale al potere contro tutto e tutti. Il popolo dell’autunno fa parte, assieme a L’estate incantata e a Farewell summer (inedito in Italia) della trilogia Green Town. Ed è un romanzo sulla vita umana, sul senso delle nostre paure e sul modo di combatterle, sull’importanza delle piccole (ma grandi) cose e sullo scorrere degli anni. Che a Bradbury non piaceva. Ne aveva quarantadue, di primavere, quando questo romanzo venne pubblicato (nel 1962) e la sua malinconia, figlia della consapevolezza di non essere più così giovane, emerge chiara da ogni singola pagina. Ma sono, alla fine, il suo naturale ottimismo e il suo amore per la vita a vincerla sulla tristezza. Perché se è inevitabile (e giusto) invecchiare, è altrettanto possibile conservare quello spirito fanciullesco che, volenti o nolenti, permea e permeerà per sempre le nostre vite, fino all’ultimo respiro. Non importa quanti lustri vengono attribuiti ad un uomo sulla sua carta d’identità se questo è ancora capace di correre veloce e superare di slancio dei ragazzini che hanno quasi quarant’anni in meno di lui sulle spalle. Ray Bradbury, Il popolo dell’autunno, Mondadori, 2002, pp. 278, € 7,40.
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