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Il potere del cliffhanger in "Lost"Quell’ultima inquadratura prima dello schermo nero...di Serena D’Urbano Il cliffhanger – espressione inglese che sta ad indicare, fuor di metafora, il “restare appesi ad una roccia, sull’orlo di un precipizio” - consiste nell’interrompere deliberatamente il racconto in coincidenza di un climax di tensione emotiva: una strategia narrativa (e non solo) volta ad indurre nello spettatore la sensazione che, per nulla al mondo, potrebbe perdersi l’appuntamento successivo.
Il prodotto seriale è sempre stato, per sua stessa natura, “auto-promozionale”: non a caso, sin dalle sue origini letterarie (si pensi ai feuilleton di fine ‘800 in Francia e, successivamente, all’esperienza del romanzo d’appendice in Italia), la critica sottraeva tali produzioni alla nozione di arte e le configurava come mere “operazioni commerciali”, volte a conquistare un largo consenso da parte delle masse. Il cliffhanger nasce proprio da lì, da quelle forme di letteratura popolare che inducono nei loro lettori il “bisogno” di conoscere il seguito di una storia: un frammento narrativo chiama l’altro, poco importa che esso sia stato scritto su una pagina bianca, sul piccolo o sul grande schermo. Inoltre, da sempre, l’estetica seriale lavora sul sensazionalismo e sulla iperstimolazione sensoriale dello spettatore: essa deve colpire, stupire, appagare, fornendo un universo finzionale nel quale poter evadere a cadenza regolare. Il cliffhanger, pertanto, svolge questa duplice funzione: da un lato lascia lo spettatore col fiato sospeso, interrompendo la narrazione proprio nel punto di massima tensione emotiva e, dall’altro lato, ricorda al suo pubblico la reiterazione di un appuntamento che si ripete regolarmente ogni settimana. Nella maggior parte dei prodotti seriali tale espediente coincide o con l’enfasi sul fattore “sorpresa” o con la spettacolarizzazione adrenalinica del pericolo: si vedano i continui picchi emotivi cui è sottoposto l’agente Jack Bauer di 24, costretto a temere per la propria vita (o per quella dei suoi congiunti) praticamente allo scadere di ogni ora/puntata in quello che, eufemisticamente, viene definito il giorno "più lungo" della sua vita. In Lost il cliffhanger si piega in maniera coerente alle atmosfere prevalenti della serie che, sebbene sfugga programmaticamente ad ogni etichetta di genere, si configura come un alto esempio di mystery drama. Ed è in questo senso che si può definire il cliffhanger in Lost un riuscito strumento di “mystery marketing”: il serial pubblicizza se stesso e fidelizza il proprio pubblico servendosi di questi momenti di rara intensità narrativa, in cui l’elemento “sorpresa” lascia il posto ad una suspence a volte cupa, a volte densa di ironia. Ecco allora che, poco prima che la scritta LOST buchi lo schermo nero, sancendo così la fine del racconto, quell’ultima perturbante inquadratura induce nello spettatore una sorta di riflesso pavloviano. Fiato mozzato, occhi sgranati, sorriso sulle labbra - di chi è consapevole di esser cascato ancora una volta nella trappola ideata dal genio sadico degli sceneggiatori - il vero lost-addicted difficilmente resiste alla tentazione di condividere le proprie appassionate congetture ed elaborate teorie con amici, parenti e, sempre più spesso, con l’informatissimo popolo della rete. E’ bene ricordare, inoltre, che Lost utilizza tre diverse tipologie di cliffhanger, a seconda che esso sancisca la fine di un blocco narrativo interno all’episodio, la conclusione dall’episodio stesso o il finale di stagione: ciascuno genera un diverso stato d’attesa, una suspence che può avere i minuti contati (il tempo di qualche spot pubblicitario) oppure durare giorni, settimane, mesi. Tale strategia narrativa diviene pertanto, insieme al flashback, una componente indispensabile nel DNA di Lost. Anzi, si può addirittura affermare che il plot della serie viva e proliferi proprio grazie ai continui e sistematici cliffhanger che generano sempre nuovi e inquietanti interrogativi. Particolarmente emblematici in tal senso sono i tre season finale cui abbiamo assistito sinora. In Esodo - seconda parte (1x24) Jack, Kate, John e un riluttante Hurley aprono finalmente la misteriosa botola situata nel cuore della giungla e la stagione si chiude su quell’inspiegabile fascio di luce proiettato verso il cielo. Minaccia? Speranza? Tre mesi di paziente attesa sono stati il prezzo per scoprirlo. Negli ultimi due minuti di Si vive insieme, si muore da soli (2x23) al rapimento di Jack, Kate e Sawyer e all’“esodo” di Michael e Walt fa seguito un finale davvero sbalorditivo: due portoghesi captano e registrano da una stazione polare lo sbalzo elettromagnetico provocato dal system failure sull’isola (dopo che Locke ha scelto di non premere più il pulsante "Execute" all’interno del bunker) e comunicano telefonicamente a Penny Widmore di aver finalmente rintracciato il suo amato Desmond. Attraverso lo specchio (3x22), infine, ha stravolto ogni possibile aspettativa, regalando ai fan la certezza che almeno due dei naufraghi (Jack e Kate) siano infine tornati sulla terra ferma. Ma l’immagine conclusiva è, ancora una volta, terribilmente spiazzante e le parole disperate del dottor Shephard riecheggiano profetiche: forse l’isola era davvero il loro destino e tornare indietro è stato un tragico errore…
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