“Il prezzo” di Arthur Miller allo Strehler di Milano

Interessante recupero di un Miller “minore”

L’imminente demolizione dello stabile in cui sono custoditi i beni appartenuti al padre morto da sedici anni, costringe due fratelli – Victor, che malgrado le capacità abbandonò gli studi per arruolarsi nella polizia, così da mantenere il genitore, caduto in disgrazia con la crisi del ’29, e Walter, che invece proseguì gli studi diventando un medico di successo – a ritrovarsi dopo una lunga separazione. Ad assistere alla resa dei conti tra i loro reciproci rancori sono la moglie di Victor, insoddisfatta della mediocre posizione sociale del marito, e Solomon, l’anziano mediatore incaricato di curare la vendita dei mobili.

Risalente alla fine degli anni ’60 (il debutto avvenne sotto la regia di Ulu Grosbard nel 1968), Il prezzo è uno dei testi meno conosciuti e frequentati di Arthur Miller. La messa in scena di Massimo Popolizio comincia e termina con dei passi di danza. All’inizio, mentre il giradischi suona una vecchia canzone, vediamo Victor seguirne il ritmo con qualche passo goffo e timido. Alla fine, vediamo invece Solomon che, malgrado l’età avanzata, balla con sicurezza e a lungo. Questo strano personaggio è una sorta di fool la cui danza sembra rappresentare l’“amorale” dinamismo del sistema capitalista. Nella sua vita (le ripetute cadute e risalite), così diversa da quella del padre dei due fratelli, incapace di riprendersi dal crollo del ’29, sta l’essenza di un sistema economico fondato sulla competizione e su quella che Schumpeter chiamava “distruzione creatrice”. La goffaggine di Victor ci appare a questo punto, contrapposta alla danza conclusiva, come il riflesso delle remore e degli scrupoli morali che, per tutta la vita, ne hanno frenato l’azione. Racchiuso tra questi due accenni di danza, Il prezzo svolge un’analisi dei costi umani dei meccanismi del sistema economico americano (a pagarli sono, in modi diversi, sia Victor che Walter). Lo fa con la consueta abilità di scrittura di Miller, anche se, a tratti, non riesce a evitare falle (c’è, ad esempio, qualcosa che non torna nel modo in cui sono trattati i 4.000 dollari che il padre aveva lasciato) e schematismi.

Definirlo un testo “minore” del drammaturgo americano non è inappropriato. Il suo recupero è comunque operazione interessante. E la resa sul palcoscenico – caratterizzata da una recitazione non naturalistica che, attraverso movimenti rigidi e una declamazione spesso cantilenante, fa emergere il lato grottesco dei personaggi, trasformandoli a momenti (con la parziale eccezione di Solomon) in una specie di automi – appare molto riuscita. Forse, si può discutere se non vi sia un’enfatizzazione eccessiva nell’uscita di scena di Victor e della moglie. Una nota di Arthur Miller (cfr. Il prezzo, Einaudi, 2015, p. 91) sottolinea che tra “le parti di Victor e Walter si dovrebbe mantenere un sottile equilibrio di simpatie” perché “nel mondo così come funziona oggi, le qualità di entrambi i fratelli sono necessarie”. Il modo in cui avviene l’uscita di scena dei due personaggi sembra invece fare di Victor il vero “vincitore” del confronto, trasformando il testo in una sorta di elogio della sconfitta dignitosa, di chi non partecipa al gioco, sapendo che il prezzo per la partecipazione è la perdita della propria umanità.

“Il prezzo” di Arthur Miller
Traduzione di Masolino D’Amico
Regia: Massimo Popolizio
Con: Umberto Orsini, Massimo Popolizio, Alvia Reale, Elia Schilton.
Produzione: Compagnia Orsini
Visto al Piccolo Teatro Strehler di Milano, il 2 febbraio 2016