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"Il suono della luce", l’intimo tour teatrale di Cristina Donàdi Massimo Favaro La "Ani Difranco italiana" canta e si racconta nei teatri italiani. E’ confidenziale l’atmosfera nel nuovo tour di Cristina Donà: un’opportunità per meglio conoscere questa straordinaria artista.
Cantante e soprattutto donna: una tourné per conoscere Cristina Donà. La più premiata e suggestiva voce femminile del panorama rock italiano è nei teatri della penisola per il mini-tour intitolato “Il suono della luce”: Cristina, sola sul palco, si accompagna con chitarra acustica, pianoforte e piccole percussioni, mentre coreografia e luci sono ridotte all’essenziale. Il 31 marzo scorso, l’atmosfera particolare di quest’esperimento, insieme musicale e teatrale, è giunto nel Nord Est, a San Daniele del Friuli. Nel Teatro Ciconi della cittadina friulana, la cantante bergamasca ha tracciato un percorso attraverso i brani dei quattro album già pubblicati (alla fine saranno dodici canzoni più cinque bis), a dieci anni dalla registrazione di "Tregua", ma soprattutto ha dialogato con il pubblico: spiegando il significato delle parole dei suoi testi, raccontando le proprie emozioni, ridendo dei propri difetti. Mettendosi, insomma, completamente in gioco. Il concerto è iniziato con alcuni tra i brani più recenti tra quelli scritti da Cristina Donà: “Piccola faccia”, “L’aridità nell’aria”, “In fondo al mare” e “L’ultima giornata di sole”. “Non è che sono contorta sono complessa”, ha spiegato divertita Cristina, che si è denudata progressivamente – metaforicamente s’intende – di ogni vanagloria da rock-star, per esprimere semplicemente sé stessa, con la voce e la propria musica. Cristina Donà non è una cantante che fa politica, ma le sue idee passano con forza attraverso alcune canzoni, come “Raso e chiome bionde”: “una sintesi – ha svelato – di quello che provo guardando la tv odierna”. Poi il concerto è proseguito con “Salti nell’aria”, dove Cristina ha invitato il pubblico a sforzarsi di immaginare, “anche dove gli altri pensano che non ci sia niente”, perché “l’immaginazione è una caratteristica dei bambini, ma che bisognare sempre custodire”. Prima di “Volevo essere altrove”, canzone che ha definito tra le più deliranti del suo repertorio, Cristina ha rivolto una domanda retorica alla platea: “chi di voi vorrebbe essere in un altro posto?”. Lei, ha spiegato presentando il brano, vorrebbe fuggire di fronte alle bruttezze umane, che può emergere anche in gesti apparentemente banali. Come quando, ad esempio, c’è “chi fa a gara, in modo insieme ridicolo e triste, per arrivare per primo con il proprio carrello alle casse del supermercato”. Introdurre “Volo in deltaplano”, è stata l’occasione per affermare quanto sia importante poter vedere, talvolta, "le cose dall’alto”, senza però presunzione, perché visti dalla terra, saremmo “solo un passaggio di ombre che si perdono, se perdono il cuore”. Il concerto, è continuato con “Goccia”, “Nel mio giardino” e “Invisibile”. Cristina ha finito così per parlare anche d’amore, senza timore di cadere nel banale: “Quando si è invisibili non c’è soluzione, come quando, si finisce sempre lì, si dichiara il proprio amore a qualcuno e questo non è interessato. In quei momenti ci si sente irrimediabilmente invisibili”. L’ultima canzone del concerto è stata “Triathlon”, ma i bis non si sono fatti attendere: “Nido”, “Give it back to me”, “How deep is your love”, l’appassionata e sensuale “Stelle buone” e per concludere una interpretazione della celeberrima “Moon River”. Vere e proprie perle cantate in inglese, lingua in cui Cristina si è recentemente cimentata traducendo il suo ultimo album, come pure hanno fatto gli amici Afterhours di Manuel Agnelli. Segno di una generazione di rock italiano che ha le carte in regola per far bene anche fuori dai confini nazionali. La casereccia cantante è infatti divenuta un personaggio internazionale, vantando collaborazioni con personaggi quali Robert Wyatt, ma anche Subsonica e Morgan, senza però perdere la propria semplicità. Che la porta immancabilmente a dialogare, a fine concerto, con chi, tra il pubblico presente in sala, non ha avuto troppa fretta di tornarsene a casa. Ma c’è un segreto dietro al tour “Il suono della luce”: “Sono sola sul palco, ma io veramente mi sento un trio”, ha rivelato Cristina, ringraziando il suo sonico e soprattutto il light designer, Mamo Pozzoli (che ha lavorato in passato con Afterhours, Marlene Kuntz, La Crus e Antonacci), compartecipi dell’architettura conclusiva del progetto. Anche a loro il pubblico - non troppo numeroso, in verità - ha dedicato un meritato applauso. Nonostante la loro sobrietà, gli effetti sonori e le luci, che sono soprattutto lampade selezionate, sono stati gestiti a regola d’arte: la loro essenzialità ha trasformato ogni variazione di suono e ogni sfumatura di colore in un linguaggio, elevandone il valore semantico, rendendolo più facilmente riconoscibile. Mentre il calore di Cristina Donà è riuscito magicamente ad ammorbidire anche gli spigoli delle sedie di legno del Teatro Cicconi, scomode ma romantiche, perché d’altri tempi.
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