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Immagini, voci e sceneggiature. Orizzonti a Venezia 67Inside Orizzonti. Parte IVdi Rinaldo Vignati Creata nel 2004, Orizzonti è la vetrina che il festival di Venezia dedica alla sperimentazione, alle “nuove tendenze”. Nel presentare il programma dell’edizione che si sta per aprire, il direttore Marco Müller scrive che quest’anno la sezione “si rafforza e si apre a tutte le opere ‘fuori formato’ - dunque anche ai film brevi – con un più ampio e dinamico sguardo verso le vie nuove dei linguaggi che confluiscono nel cinema”. I film di questa sezione, che saranno valutati da una giuria presieduta da Shirin Neshat, si prestano alla lettura attraverso numerosi “itinerari” tematici, suggeriti dagli stessi curatori. Uno di questi è riguarda il rapporto tra immagine e testo (voce fuori campo). La voce fuori campo ha avuto per lungo tempo uno statuto teorico minoritario, quasi illegittimo, in quanto elemento che minava la purezza del cinema, il suo “specifico”. È però vero anche che nei film americani degli anni ’40 la voce fuori campo aveva un ruolo predominante (Guido Fink scriveva che “il ricordo più vivido che rimarrebbe impresso in chi si sottoponesse a un intenso trattamento di film di quel periodo… è forse di carattere sonoro, non visivo… Sulle immagini dominano le voci: non tanto le parole che si scambiano i personaggi, quanto i messaggi destinati solo a noi che li attendiamo e li riceviamo nel buio della platea”). E poi abbiamo persino visto (visto?) film in cui la voce si accompagnava a uno schermo completamente blu (Blue di Derek Jarman) o completamente nero (L’homme atlantique di Marguerite Duras). Nel frattempo, anche in ambito teorico, le nozioni di cinema “puro” e di “specifico filmico” iniziavano a traballare. È nella categoria dei documentari che la voce over ha sempre avuto un ruolo riconosciuto e accettato, anche se il suo uso può avvenire in modi diversi, dalla banale funzione didascalica a più elaborati rapporti dialettici tra immagini e voce. Non va peraltro dimenticato che anche nei documentari la voce over è stata talvolta rifiutata (per esempio, nei documentari politici di Emile de Antonio, che la considerava troppo “autoritaria”), che talvolta la presenza dell’autore non è più solo voce fuori campo, ma diventa personaggio dentro l’inquadratura (Michael Moore) e che tante volte anche i documentari hanno fatto a meno di qualsiasi commento testuale, o lo hanno ridotto a brevissimi interventi (si pensi alle rielaborazioni di materiali d’archivio, al confine tra videoarte e documentario, di Yervant Gianikian e Angela Ricci-Lucchi o di Peter Forgács, o a documentari “lirici” sulla natura come Il popolo migratore e Microcosmos). Nella sezione di Orizzonti vari documentari permetteranno di esplorare le relazioni tra immagine e testo fuori campo. Ci sarà ad esempio un cortometraggio di Manoel De Oliveira (Painéis de São Vicente de Fora, Visão Poética) sui dipinti del Monastero di São Vicente de Fora di Lisbona, che sono considerati il vertice dell’arte portoghese antica. Lo guarderemo con molta curiosità, ma cercando di non cadere nel timore reverenziale che spesso colpisce i critici di fronte alla sua opera (che non è fatta solo di “immortali capolavori”…). Ci sarà The forgotten space di Noël Burch (nome conosciuto dagli studiosi di teoria – è autore di Prassi del cinema) e Allan Sekula, un film che osserva i processi dell’economia globale seguendo i percorsi in giro per il mondo di alcuni container. E poi The Future will not be capitalist di Sasha Pirker (sulla sede del Partito comunista francese), Robinson in Ruins di Patrick Keiller (che, con la voce di Vanessa Redgrave, riprende l’esplorazione dell’Inghilterra iniziata dal regista coi precedenti London e Robinson in space) e The Nine Muses di John Akomfrah (sui lavoratori migranti del Regno unito). Un altro percorso tematico riguarda il rapporto tra vita e sceneggiatura e, quindi, le innumerevoli modalità narrative con cui le esistenze diventano materia cinematografica. Qui le sfide che il cinema ha di fronte sono molte: creare nuove storie avvincenti, evitando al contempo di incanalarle negli schemi predeterminati dei manuali e delle scuole di sceneggiatura che fissano in regole predeterminate i modi per catturare gli spettatori; fuggire i “tempi morti” che contraddistinguono tutte le esistenze (“Quante volte ve lo devo dire? La vita non è perfetta, le vite nei film sono perfette, belle o brutte, ma perfette, nei film non ci sono tempi morti, la vita è piena di tempi morti”, dice il personaggio di Bonanza in Radiofreccia) oppure esplorarli trovando in essi segni rivelatori; farci conoscere vite diverse e lontane dalla nostra e, allo stesso tempo, dirci qualcosa sulla nostra. A questo proposito vedremo cosa avranno da dirci El Pozo di Guillermo Arriaga (autore di virtuosistiche sceneggiature per Alejandro González Iñárritu), La Belle Endormie della “scandalosa” Catherine Breillat, The agent di Vincent Gallo. E poi Pasquale Scimeca che si cimenta, attualizzandolo, nientemeno che con I Malavoglia. E, ancora, i lavori di Mauro Andrizzi (En el futuro, Argentina), di Nicolas Pereda (El verano de Goliat, Messico), di Gianfranco Rosi (El Sicario, Room 164, Francia), di Luiz Pretti (O mundo é belo, Brasile), di Arnaud des Pellieres, (Diane Wellington, Francia), di Jesse McLean (Magic for Beginners, Usa); di Josh e Ben Safddie (John’s Gone, Usa), di Nuntanat Duangtisarn (Woman I, Thailandia). Qui, visto che l’itinerario proposto da Orizzonti pone l’enfasi sullo storytelling, sulla trasformazione delle vite in sceneggiature, ci viene da dire che sarebbe stato utile un confronto anche con la produzione seriale per il piccolo schermo: è indubbio, infatti, che negli ultimi anni dai telefilm, soprattutto americani, siano venute “sperimentazioni” e innovazioni narrative di cui il grande schermo non può non tener conto. E che il cinema, e i festival, debbano fare i conti con questo tipo di produzioni era già emerso anche all’ultimo Cannes, quando diversi commentatori osservarono che il “film” più bello era Carlos di Olivier Assayas, escluso dal concorso perché prodotto per la Tv. La “fluidità” del cinema contemporanea di cui parla Müller nella presentazione della rassegna passa, a nostro avviso, anche da qui.
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