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"In Treatment: Alex"Prima settimana - Seconda settimanadi Marta Martina Conosciamo Alex:
Un Top Gun sempre al massimo. Un pilota di caccia mai stato in cura, che si preoccupa del suo mancato senso di colpa. Un caso interessantissimo, che somiglia ad un saggio sulla responsabilità e la temerarietà delle nostre azioni.
In Treatment ci presenta il suo secondo paziente, che ci lascia a dir poco sconvolti.
Nello studio accogliente di Paul arriva Alex (Blair Underwood, Dirty Sexy Money e Sex and The City) . E’ guardingo, non si fida, pensa di conoscere le regole del gioco. Chiede infatti subito quante ce ne siano. "Sono il cliente" dice "Peccato che nella mia professione si dica che il cliente ha sempre torto". Spirito d’analista. Alex scruta e vuole essere riconosciuto. Ci viene presentato tutto d’un pezzo, un uomo esigente in costante ricerca del meglio, che ha fatto ricerche sull’uomo che lo dovrebbe curare. ("So che lei è il migliore analista sulla piazza, per questo l’ho scelta"). Alex fa parte di un’élite. E’ un cavaliere del cielo, fa la guerra ad alta quota e il distacco dalla terra lo ha reso un impasto di imprudenza, sprezzo e diniego. Un viluppo di non-sentimenti. Una macchina bellica perfetta e infallibile. La sua reputazione è però ormai legata a doppio filo con una missione sbagliata. E’ conosciuto ormai come l’assassinio della madrassa. L’obiettivo che gli era stato assegnato era completamente errato. Non era un covo di terroristi con annesso arsenale, ma una scuola zeppa di ragazzini che studiano il corano. Sedici morti. La Us Navy comunica un bersaglio sbagliato. Il pilota che guidava la missione è colpevole? E’ colpevole di non provare nessuna colpa? E’ più o meno questo il problema con cui si presenta Alex. Parlandocene con arroganza e supponenza, rivelando che il senso d’appartenenza alla gerarchia è l’unica cosa che lo tiene in vita. Terribilmente moderno, Alex è lo specchio di un turbamento che negli Stati Uniti coinvolge molti reduci o militari in licenza. E’ un argomento tipico, quello del "ritorno a casa", cui i serial ormai dedicano sempre più spazio. Si pensi a come vengono curati gli stress post traumatici di Justin Walker in Brothers& Sisters, di come un’intera serie sia costruita sulla guerra e sul rapporto con chi rimane a casa, Army Wives o ai continui inserimenti nelle trame di personaggi che, in qualche modo, entrano in contatto con la guerra o con chi ne ha subito le conseguenze, Las Vegas e Danny che riparte in servizio nel corpo dei Marine. Questo in strutture narrative che non rispondono al genere action, in cui sarebbe più prevedibile inserire rimandi a conflitti contemporanei. La tangenza, più interessante e significativa, è questa sottile linea che scorre sotto generi diversi, presentandosi con varianti di stile, mirando sempre allo stesso bersaglio. Una coscienza televisiva che cura il post-traumatico, la sindrome che devasta il militare di ritorno. In Treatment, finalmente, si occupa della reazione fredda che ha l’uomo di fronte alla sciagura da lui stesso perpetrata. Alex incarna e dà voce a tutti coloro i quali non provano sentimenti, vivono in uno stato di completa atarassia e non provano neppure piacere a fare Ares, il dio della guerra. "Dopo le missioni non guardo la CNN. La notte dormo. Io ho colpito l’obiettivo quindi dormo come un bimbo" - afferma durissimo. E ancora "Facciamo il nostro dovere perchè lei possa analizzare i problemi degli altri". Continuamente addestrato a stanare il nemico (in questo caso Paul), insinua spesso di conoscere già la risposta. Ora, vuole tornare in Iraq. Vuole scendere a bassa quota e vedere se ha fatto veramente bene il suo lavoro (ovvero vuole accertarsi di non esser stato preso in giro dai suoi superiori). Questa strana urgenza è dovuta ad un particolare fatto: appena tornato dalla missione maledetta, durante una maratona di 35km, Alex ha un arresto cardiaco. Clinicamente morto, resuscita. Non ha visto nessun tunnel, non ha visto nessuna luce. Ma, finalmente, ammette di dover in qualche modo riparare alle azioni compiute. Nella seconda settimana, Alex arriva da Paul, con un’altra questione spinosa. Non ha mai amato la moglie. E anche qui un calcolo impone di abbandonarla. Paul è spietato nel metterlo alle corde. In una vita di gerarchie, Alex ha sviluppato un meccanismo di separazione che lo tiene lontano dalle reazioni empatiche. Alex decide di compiere un’azione scellerata (ritornare in Iraq, dopo che la sua faccia è nelle mani dei terroristi, lasciare di punto in bianco la moglie e i figli) e cerca un surrogato di una figura di comando a cui declinare la responsabilità della scelta. Padre/Comandante nei Top Gun/psicanalista. Il nemico, secondo le parole di Alex, è una formula:dimensione dell’edificio, capacità, volume e agogna un banale senso di colpa "Sarebbe molto semplice - afferma - ma nella mia famiglia si diceva di lasciare il senso di colpa ai bianchi" Alex, infine, si presenta come un caso intenso, affascinante e profondo. Il suo dubbio non è meno problematico della nostra fede. Sophie, prego, si accomodi In Treatment: Alex I settimana Diretto da: Rodrigo Garcia Teleplay: Rodrigo Garcia Prima tv Usa: 29/01/2008 Prima tv Italia: 23/09/2008 Cult II settimana Diretto da: Rodrigo Garcia Teleplay: Bryan Goluboff Prima tv Usa: 05/02/2008 Prima tv Italia: 23/09/2008 Cult
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