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"In Treatment: Paul & Gina"Seduta finaledi Marta Martina "Potrebbe essere l’ultimo amore della mia vita e io l’ho lasciato andare. Cosa mi rimane ora, Gina?" " E’ di questo che dovremmo parlare, Paul" Gina, per In Treatment è stata la luce ultravioletta che ha rivelato i sentimenti profondi e sconosciuti di Paul. Con lei, grazie a lei abbiamo conosciuto un uomo con una "ridicola" crisi di mezza età (così Paul liquida i suoi stessi turbamenti), insieme a lei abbiamo conosciuto le dinamiche di comportamento del matrimonio con Kate (quando hanno affrontato una fallimentare terapia di coppia). Gina è stata la lastra nera di Paul, la parte negativa su cui egli ha potuto con ingenua facilità proiettare giudizi. Per tutta la durata del treatment, Paul non ha fatto altro che parlare come se fosse lei. Spesso interrompeva il proprio flusso di coscienza dicendo "so cosa stai pensando", e da lì una serie infinita di supposizioni. Lei, dall’alto della sua figura giunonica e imponente lo scrutava, lui dissimulava e cercava di non rimanere ferito dai suoi sguardi stananti. E’ successo di tutto nelle nove settimane di terapia. Paul ha usato Gina per capire in che modo si muoveva con i suoi pazienti. Il disagio che si stava maturando in lui era un groviglio profondo di sospetto e impotenza. A reggere i fili una dialettica costante tra valori forti e fondanti: tutto In Treatment ragiona sul senso di responsabilità. Esso è declinato in diversi modi: può essere la responsabilità di accettare un amore che si è sviluppato in maniera non ortodossa e professionale (l’amore di Paul per la sua paziente Laura), può essere la responsabilità di convivere con il senso di colpa per aver obbedito ad un ordine che ha portato ad una strage (Alex in marina compie una missione in cui uccide sedici innocenti), può essere la responsabilità della crescita (Sophie, ancora bambina, pensa che la distruzione della sua famiglia sia una sua opera), può essere la responsabilità di affrontare con serenità lo sfacelo di una relazione (Jake & Amy). Ad essa si lega un senso di impotenza, una terribile sensazione di non essere partecipi delle nostre stesse scelte, un senso di volubilità. Come se ciò che facciamo dipendesse da noi solo in maniera minima. Tutti, in terapia o non, sono assediati da questo terribile fantasma. Nessuno sa cosa deve fare. Nessuno sa dove vuole andare. Paul ha speso una vita ad ascoltare gli altri giungendo alla conclusione che forse mentre loro parlavano non aveva idea di chi fossero. In questo preciso istante entra in gioco l’idea di messa in scena. In Treatment nella sua natura cinematografica è l’esempio, la traslazione migliore degli scompensi che animano i protagonisti. Paul vive in uno studio. Ben arredato, confortevole, un vero e proprio set (all’inizio della stagione lo avevamo definito un acquario). In esso, come nella mente di Paul, ogni settimana, ogni giorno compaiono donne e uomini diversi, si materializzano, agiscono e poi spariscono. Paul, quando esprime a Gina il suo disgusto per questo interessamento posticcio non fa che prendere il posto di noi spettatori. Che conosciamo, ci appassioniamo e che magicamente dimentichiamo. Il cigolio del cancelletto che segna l’ingresso nella casa di Paul (e, per converso, segna anche l’uscita dallo studio) è il segnale acustico dell’inizio della sospensione di incredulità. Ma allora, In Treatment è psicanalisi per noi spettatori? Certo, non dimentichiamo che lo guardiamo seduti sul divano...
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