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Incognito al MaxliveCostabissara (VI), 8 febbraio 2008di Luca Bertoldo Quanto è destinato a durare un genere musicale? Che cosa ci può dire che è arrivato il momento di passare ad altro? Pensandoci bene, quel che è di moda scivola frettolosamente tra la radio, la tv e i grandi eventi, quel che invece è, anche se di moda per un po’, basato sulla qualità troverà sempre modo di funzionare e conquistare il pubblico.
L’acid jazz, come del resto tanto altro della black music, nasceva dal presupposto di unire ciò che di buono avevano il funk, il jazz, il soul, una certa disco (dance) per ottenere una miscela gradevole, senza dar troppo peso ai testi (anche se pure in questo senso qualcosa sarebbe cresciuto), puntando piuttosto al sacro groove, alla capacità di creare un ritmo intenso e coinvolgente, ipnotico, e aggiungere strato su strato armonie vocali, fiati, elementi elettronici, puntando sempre alla qualità, cercando sempre la produzione migliore. Gli Incognito dopo 29 anni di carriera, e dopo aver praticamente inventato l’acid jazz, sono ancora sulla scena con dischi (il prossimo in uscita a maggio) e tournée in tutto il mondo. Jean Paul Maunick, detto Bluey, originario delle Mauritius e inglese d’adozione, fondatore e veterano, con grande esperienza di produzione in studio ed esibizioni live, ha radunato ancora una volta un super gruppo i cui elementi già presi singolarmente sono ottimi, figuriamoci sommati tra di loro. Una felice convivenza di culture ed età diverse, quella sul palco, con musicisti provenienti dalla Scozia, dallo Sri Lanka, da Trinidad e Tobago, dall’Inghilterra e dalla Jamaica. I più anziani (e saggi?) come il batterista Richard Bailey - session man di culto che vanta collaborazioni con Eric Clapton, Bob Marley e Joan Armatrading (per citare qualche nome) – sono in perfetta sintonia con i più giovani Francis Hilton al basso e Matt Cooper alle tastiere (una sezione ritmica tanto leggera quanto solida e trainante). Fiati e voci sono impeccabili e anche se non c’è Maysa Leak – interprete della cover di Stevie Wonder Don’t You Worry ‘Bout A Thing, qui riproposta con nuovo arrangiamento – ci si può accontentare. La scaletta scivola senza intoppi, al terzo brano il pubblico è già in piedi per ballare. «Siete molto educati – scherza Bluey –, non lo dico in modo negativo, ma di solito in Italia la gente è molto animata e comincia subito a fare festa». Il Maxlive ha un’acustica ottima ma non è un dancefloor, comunque tutti si staccano dalle sedie e seguono le indicazioni dal palco per cori e battimani. Spettacolo, energia, qualità: insomma niente di cui lamentarsi. C’è ancora spazio per l’acid jazz? Per il momento sì.
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