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Intervista a Citto Maselli ospite del Cineclub - CINIT “V. De Sica” di RIONERO IN VULTURE (PZ)Incontro con Citto Masellidi Chiara Lostaglio Citto Maselli, con Le ombre Rosse, ritornato (fuori concorso) a Venezia dopo sessant’anni dal suo esordio professionale col film Bagnaia, paese italiano, premiato nel 1949. Tornato con un film che mette allo specchio momenti diversi intorno a quel che accade nella dimensione sociale e politica di oggi. Ovvero, quel che resta di un mondo utopico che (presume) alberga nei centri sociali e in vaghi sprazzi di congetture intellettuali. “Vengo volentieri – ci dice il regista – a presentare Le ombre rosse nella vostra regione, una realtà ricca di fermenti”. Ce lo dice in presenza di Giovannino Russo, lo scrittore e saggista campano (ma lucano di adozione), presente agli appuntamenti più importanti del Lido. Il 9 marzo il regista Maselli è stato ospite a Rionero in Vulture (PZ) del Cineclub “Vittorio De Sica – Cinit – BasilicataCinema per discutere del tema "Cinema e Dimensione Sociale". La mattina seguente Citto Maselli ha incontrato gli studenti dell’Ateneo lucano di Potenza presso l’Aula Magna, in particolare quelli del corso di storia del cinema e la docente Manuela Gieri. Il dibattito si è sviluppato ad ampio raggio sulla dimensione sociale e la lettura che ne fa il cinema d’autore. Il film indaga con lievità poetica e a tratti con profondità il disagio, la solidarietà e la maniera di affrontare i bisogni collettivi da parte della sinistra. Un po’ infreddolito ma entusiasta di essere in terra lucana, Citto Maselli ha risposto con grinta ad alcune domande. Maestro, un suo parere su cinema e dimensione sociale oggi? C.M.: Il cinema ha sempre avuto un peso nella vita sociale di un Paese. Credo abbia il ruolo più importante. I sociologi del mercato sostengono che il cinema non abbia alcuna influenza sulla formazione culturale perché sostengono che questa si crei all’interno delle lotte sociali. L’arte ha, invece, un’influenza irrazionale. Io sono dell’idea che la vita culturale di un Paese, come sosteneva Gramsci, abbia un’influenza determinante sulla coscienza critica e sulla conoscenza e il cinema su tutti per la sua complessità, la forza plastica, la forza delle immagini, grazie alla quale il cinema ha una grande presa emotiva. Lenin diceva che Tolstoj con Guerra e Pace e con la critica che ha rivolto alla grande aristocrazia zarista ha contribuito a preparare una coscienza critica. Il mio riferimento è Gramsci che ha dato un peso fondamentale alla cultura. Lei ha attraversato l’evolversi della società in questo Paese e lo ha spesso analizzato nel caleidoscopio del suo cinema. Legge in questo senso una evoluzione o un’involuzione nella società e nella vita politica? C.M.: Un’atroce involuzione. Credo che la sinistra stia vivendo una vera tragedia per la mancanza di un progetto. Io sono nel PCI dal giugno del 1944 e l’idea alla base dell’organizzazione del nostro partito è quella di un progetto di cambiamento. Ed è questa la critica che muovo in modo profondo e sentito alla sinistra italiana in “Ombre rosse”, la mancanza di un progetto. Mentre nel mio film del 1970 Lettera aperta a un giornale della sera muovo una critica proprio al PCI. Lei ha diretto fra i più grandi attori italiani uno fra tutti Gian Maria Volontè. Chi individua oggi nel panorama degli attori italiani? C.M.: Ennio Fantastichini, Roberto Herlitzka, tra la nuova generazione ho individuato Valentina Carnelutti, Luca Lionello, Eugenia Costantini, Veronica Gentili. Oltre dieci anni fa, il regista portò a Venezia un toccante Cronache dal terzo millennio, un’analisi-affresco di quel che sarebbe accaduto nel disfacimento dei valori, in interscambi di etnie e culture, ambientato in un condominio claustrofobico. Ora ritorna a parlare e confrontarsi sulla sinistra, e quel che appare intorno.
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