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Intervista a Federico Zampaglione: arriva nelle sale "Shadow - L’ombra"Il ritorno dell’horror made in Italydi Giacomo Sebastiano Pistolato Dal 14 maggio Shadow - L’ombra sarà nelle sale italiane, alfiere del ritorno in grande stile del cinema horror italiano. NonSoloCinema.com ha incontrato il regista Federico Zampaglione per parlarci della sua opera seconda. Federico, il tuo cinema può dirsi certamente anche molto “tecnico”. Si nota subito, sia in Nero Bifamiliare che in Shadow, una rigorosa attenzione all’aspetto formale. Le inquadrature, la fotografia, i movimenti di macchina sono precisi e ricercati. Pensi che la qualità estetica di un film sia parte integrante della narrazione? Il cinema horror è un cinema fatto di immagini, di atmosfere, di scenografie più che di dialoghi. Una ricerca in questo senso è fondamentale. Ho cercato di realizzare una pellicola visivamente diversa da molto cinema italiano al quale siamo abituati. Volevo staccarmi da inquadrature chiuse dal sapore televisivo; ho cercato di fare in modo che Shadow non fosse, in un certo senso, formalmente "attaccabile". I film di maestri come Lucio Fulci e Mario Bava erano ricchi di soluzioni sonore e visive originali e all’avanguardia che hanno permesso al cinema italiano di genere di avere grande successo. Shadow è un film che vive molto di atmosfere e di sensazioni inquietanti che si insinuano piano piano sotto la pelle dello spettatore. Pensi che, contrariamente a un certo filone horror oggi molto percorso, sia più efficace evocare piuttosto che mostrare? Io sono un fan della suspance. Spesso il raccapriccio viene confuso con la paura. Una gallina spiaccicata per terra fa impressione, non fa paura. La paura è un sentimento che viaggia su altre corde, l’animo umano si rivolge più a sensazioni ancestrali: mistero, buio, ignoto. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un grande aumento degli effetti splatter che sono - in un certo senso - più "facili", ma questo non è il vero horror. E per evocare l’orrore l’ambientazione è fondamentale. Le montagne del tarvisiano che aprono Shadow sembrano dare fin dalle prime scene il giusto apporto alla crescente tensione del film. Come avete scelto le location? Volevo un posto dal largo respiro, un luogo leggendario, pieno di spazio, che evocasse apparentemente un grande senso di libertà ma che nascondesse anche un lato inquietante, dove tutta questa natura potesse rivelarsi minacciosa. Ho cercato di giocare su questo contrasto. Inizialmente avevamo pensato di girare tra le foreste canadesi, ma quando abbiamo trovato questo posto a Tarvisio abbiamo riscontrato qualcosa di più vivo nei colori, un ambiente meno roccioso, meno brullo. Per girare Shadow avete avuto difficoltà nel trovare subito i finanziamenti. Eppure il film è girato in inglese con un cast internazionale, anche se è un film italiano. C’è ancora scetticismo in Italia verso chi vuole fare un cinema di genere? Assolutamente si. Quando ho iniziato a cercare i finanziamenti per il film mi sono visto sbattere molte porte in faccia appena ho nominato la parola "horror". Per molti distributori è un genere che va snobbato, roba vecchia che non ha motivo di esistere. Ti guardano come se volessi riesumare qualcosa di morto. Il grosso della produzione si concentra su prodotti omologati, sui turbamenti adolescenziali. Io spero con questo film di riuscire a dare una spintarella a tutto il meccanismo, che si rimetta in moto questa voglia di fare cinema horror in Italia. I talenti ci sono, giovani registi e sceneggiatori. Mi piacerebbe fare breccia in questa indifferenza e in questa ignoranza per far sì che si riprenda a fare il cinema che in passato ci ha resi grandi in tutto il mondo. Pensi che parte delle limitazioni siano anche dovute alla quantità di horror commerciali che arrivano dagli Stati Uniti? Gli americani ormai adesso realizzano quasi solo remake di horror classici che, al 90%, ribadiscono solo la loro mancanza di idee (salvo alcune eccezioni come Rob Zombie, che è un discorso a parte). Utilizzano grandi budget per rifare sempre le stesse cose. E gli vengono male. Noi italiani sappiamo essere molto meno stereotipati. Shadow si evolve in continuazione: inizia con una caccia all’uomo, poi sono i cacciatori a essere cacciati e infine l’epilogo allarga esponenzialmente la visuale includendo un risvolto politico inaspettato. Secondo te la critica sociale è un aspetto importante nel genere horror e, più in generale, nel tuo modo di fare cinema? La critica sociale è stata utilizzata spesso nell’horror. L’horror è un genere molto metaforico che ben si presta ad allegorie di vario tipo. Io amo anche l’horror disimpegnato; ma sicuramente utilizzare il genere come maschera della realtà, mettendo il dito nella piaga in quello che l’uomo ha fatto, è più soddisfacente. I veri mostri non sono mai licantropi e vampiri, sono altri. Shadow ha già vinto molti premi in festival internazionali ed è stato molto apprezzato dalla critica specializzata. Adesso esce nelle sale italiane, nervoso? Sono contento del rilascio in sala di Shadow. Io l’ho fatto vedere, ci ho creduto, l’ho accompagnato e sostenuto in giro per molti festival. La pellicola è stata venduta in molti paesi (tra i quali Usa e Canada, Germania, Austria, Lussemburgo, Svizzera, Medio Oriente e Inghilterra, ndr); è arrivato il momento che il film prenda la sua strada, che affronti i cinema e veda cosa il futuro gli riserva. Hai già in mente nuovi progetti per il cinema? Nell’ultimo anno sono stato letteramente travolto da Shadow. Pensate che dall’America (dove il film verrà proposto direttamente in televisione dalla IFC) mi è arrivata la proposta di fare Shadow 3D... Ora vorrei riposarmi un po’ e dedicarmi alla registrazione del nuovo album con i Tiromancino. Per quanto riguarda il cinema, ho alcuni progetti in mente, sempre legati all’horror ovviamente, perchè per me il genere horror è un amore, non un lavoro. Foto a cura di Romina Greggio Copyright © NonSoloCinema.com - Romina Greggio
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