Intervista a Giampiero Artegiani

Musica intensa e sincera

Giampiero Artegiani racconta a NonSoloCinema la sua lunga esperienza nel mondo della musica.

NSC: Una vita dedicata alla musica, sia come compositore-autore di testi sia come musicista. Puoi raccontarci come è nata la tua passione per la musica?

G.A.: La mia passione è nata ascoltando mio padre che suonava il Banjo. Lo faceva di sera, dopo il lavoro, mentre aspettavamo la cena; io avevo circa otto-nove anni. Iniziai a suonare quello strumento imitando i movimenti delle mani, ma, soprattutto, è stata l’Epoca in cui ho avuto la fortuna di nascere: tutti i ragazzini della mia età avevano una chitarra, come oggi hanno un iPod per sentire la musica, noi (quelli della mia generazione) avevamo una chitarra per suonare! E ci scambiavamo informazioni sul mistero degli accordi, come oggi si scambiano informazioni per iscriversi su facebook, o su Msn. E infine, rimanevo incantato davanti al “mangiadischi” che suonava Azzurro, Michelle, C’era un ragazzo che come me e molti altri brani. In quel periodo era facile innamorarsi della musica. Ti immagini vivere la nascita dei Beatles, vivere Woodstok, le prime canzoni di Battisti? Non diventare un musicista era quasi impossibile.

NSC: Scorrendo la tua biografia emergono molti punti di contatto con il Festival di Sanremo, sia come interprete, nel 1984 con Acqua alta in piazza San Marco o nell’86 con …e le rondini sfioravano il grano , sia come autore, e pensiamo alla struggente Perdere l’amore portata al Festival nel 1988 da Massimo Ranieri. Come si vivono questi due aspetti, quello dell’autore e quello interprete sul palco sanremese?

G.A.: Nel mio caso: in maniera totalmente differente. Era talmente stressante partecipare come interprete: “cosa ti metti? come ti pettini?” e poi le prove, le interviste, la classifica: che stress! Nell’88, invece, avevo due canzoni in gara : Come un giorno di sole (Zarrillo) e Perdere l’amore (Ranieri) : camminavo beato e sereno per le stradine di Sanremo mentre loro correvano, si stressavano, non dormivano. Questo stato d’animo così differente ha contibuito moltissimo alla mia scelta di passare ” dietro le quinte”.

NSC: Oltre a quello di Ranieri ci sono molti altri brani che hanno emozionato il pubblico. Basti pensare a A casa di Luca interpretato da Silvia Salemi o alla recente L’ultimo film insieme interpretato da Michele Zarrillo. Com’è il rapporto con gli interpreti? Quando scrivi pensi già a chi potrebbe interpretare un tuo brano?

G.A.: No. Le canzoni “forti”, nascono senza motivo e quando decidono loro, poi il destino gli trova un interprete. Pensa che Perdere l’amore non la voleva cantare nessuno ed è rimasta nel cassetto quasi cinque anni; A casa di Luca, dieci anni; L’ultimo film insieme, tre anni. Poi hanno trovato la loro strada per una serie di coincidenze. Le canzoni buone non invecchiano. Le canzoni scritte al momento per un interprete, per un evento, sono quasi sempre brutte. Pensando a queslla fatta apposta per L’Abruzzo cantata da tutti, è un’ottima idea, giusta operazione, giusto l’intento, ma la canzone durerà qualche mese e tra poco tempo nessuno se la ricorderà. We Are the World, al contrario, era nata senza uno scopo, poi è stata usata per la famosa “corale”, e ancora oggi è viva.

NSC: Nelle tue canzoni spesso parli dell’amore. Dell’amore conquistato, dell’amore perduto o di quello solo accennato. Di sentimenti solo tratteggiati, delle paure quotidiane o della voglia di lasciarsi andare. Com’è parlare di questo attraverso la musica?

G.A.: E’ come parlare ad un amico; uno sfogo, un dialogo in cui racconti il tuo stato d’animo che, spesso, coincide con quello degli altri. In molte canzoni ho parlato di cose e sensazioni solo mie , per esempio in Madre Negra Aparecida, in Addio Kabul o A Paula Cooper. Sono brani che non parlavano d’amore e quindi le hanno condivise in pochi, ma io scrivo i miei sentimenti senza badare a cosa sento e a quanti condivideranno. Certo, l’amore rimane il sentimento più condiviso e per questo tocca un po’ tutti.

NSC: Parliamo ora del tuo impegno come interprete e musicista. Dal 13 giugno parte “Relapso Tour”, quali sono le emozioni che provi pensando di ritornare sul palco da interprete?

G.A.: Questo ritorno nasce come un bisogno fisico, come quando hai bisogno di vedere il mare. Ho bisogno di risentire l’emozione di salire la scaletta che porta sul palco e di vivere questa esperienza con la maturità e la coscienza di chi ha spento volutamente i propri riflettori ed ora li riaccende volontariamente per scelta consapevole. Ho il desiderio di proporre la mia musica in maniera più matura e il palco è l’unico posto dove posso farlo. E’ comunque un’emozione fortissima e un rischio che corro volentieri.

NSC: Puoi dirci qualcosa in più riguardo a questo tuo nuovo impegno?

G.A.: Mi presenterò con cinque musicisti e presenterò le mie canzoni nude. Vorrei riuscire a trasmettere al pubblico l’attimo della creazione dei brani che, spesso, durante la registrazione e l’interpretazione di altri, vengono adattati, modificati, vestiti con un arrangiamento adatto a loro, e questo le cambia, a volte perdono il senso originario e l’emozione della nascita: io vorrei eseguirle con l’intento di trasmettere il primo impulso e la stesura originale.

NSC: Domanda forse un pò scontata ma d’obbligo: qualche progetto a cui stai lavorando oltre al tour?

G.A.: Oltre questo impegno, sto pensando a realizzare un Live da questo mio nuovo Tour, che si chiamerà, appunto: RELAPSO; poi, sto seguendo il Tour di Silvia Salemi, come produttore artistico e dal quale penso di realizzare un doppio Live. Nel poco tempo che mi resta cerco di scrivere il mio primo libro, un romanzo storico ambientato nell Roma del Seicento, tutto qui.