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Bergamo Film Meeting Intervista a Miguel Angel JiménezUn film nato da un documentario mancatodi Rinaldo Vignati All’indomani della presentazione in concorso del suo film Ori, abbiamo incontrato Miguel Angel Jiménez e gli abbiamo rivolto alcune domande. Puoi dirci qualcosa sulla genesi di questo film? J: Quando scoppiò la guerra in Georgia, decidemmo di andarci per fare un documentario. Ma ci furono dei problemi coi visti e così, quando arrivammo, la guerra era già terminata. A quel punto, dato che avevamo già ottenuto i finanziamenti in Spagna, avevamo tre soluzioni. La prima era fare il documentario, ma eravamo in ritardo, la Tv spagnola ci aveva già preceduto e aveva già trasmesso documentari sulla guerra. La seconda era tornare in Spagna e restituire i finanziamenti. Oppure, la terza era di scrivere in breve tempo una sceneggiatura e usare i finanziamenti per fare un film di finzione. Ed è quella che abbiamo scelto: con Luis Moya ci siamo chiusi due giorni in hotel a scrivere la sceneggiatura, mentre il produttore in pochi giorni è riuscito ad ottenere una coproduzione con la Scuola di cinema locale. In questo modo è nato il film. Alla fine sono rimasto contento, tutto è stato così inaspettato… E com’è stato girare un film in Georgia per un regista spagnolo? J: Molto difficile. Prima di tutto, come puoi immaginare, per la lingua. Non so nulla di russo o di georgiano. Quindi avevamo bisogno di un assistente georgiano che parlasse inglese: noi parlavamo in inglese con lui e poi lui traduceva in georgiano agli attori e agli altri. Era davvero complicato perché non capivo quello che succedeva coi dialoghi. Per capire quello che davvero succedeva dovevo chiedere sempre a questo assistente. Ma, insomma, con pazienza, ce l’abbiamo fatta! La troupe georgiana era davvero molto disponibile. E tutti quanti volevamo davvero fare questo film: questo ha reso più facile la comunicazione perché tutti volevano intendersi gli uni con gli altri. Gli attori erano professionisti o dilettanti? J: Entrambi. I personaggi principali – la ragazza, il tassista, lo zio – sono professionisti. Gli altri quasi tutti dilettanti. Hai presente il vecchio che nel film compare con un fucile? Lui l’abbiamo trovato in un villaggio molto isolato. Pensa che l’ultima volta che era stato al cinema era nel 1957, così era tutto contento e diceva ‘mi ricordo che quando ero giovane sono andato al cinema una volta in città e adesso anch’io faccio un film’. Anche Tazo non è un professionista. Eravamo andati in un bar a prendere una birra ed è apparso lui a suonare la fisarmonica per raccogliere qualche soldo. Gli abbiamo detto se voleva fare un film: ci ha detto che avrebbe dovuto chiederlo alla madre e poi ha accettato. A proposito di fisarmonica, penso che la musica abbia un ruolo importante nel film. Non solo la musica di commento, ma anche le musiche che i personaggi stessi suonano o ascoltano… J: Per me la musica era un modo per portare un po’ di calore in una situazione fredda, di freddezza emozionale. Le canzoni sono l’unica cosa che porta un po’ di calore in questa freddezza. Per Tazo le sue canzoni sono un modo per ricordare la sua vita passata. Anche la madre della ragazza, quando suona Amapola.. A proposito, perché hai scelto Amapola? È un po’ strano sentirla… J: Sì? Non è proprio il tipo di canzone che ci si aspetterebbe di ascoltare in un film ambientato in Georgia… J: Ma è una canzone molto famosa e penso sia molto bella. La madre è molto preoccupata per la figlia, sa che sua figlia non è felice. Sta pensando alla figlia mentre la suona. Infatti vediamo le immagini della ragazza in piscina, eccetera. È una canzone delicata e piena di sentimento, che esprime queste sensazioni della madre. Poi viene tagliata, perché la realtà prende il sopravvento: e vediamo che lei è sola nella stanza… Mi pare che certi pezzi musicali ti servano anche per connotare i personaggi. Penso a quando il tassista mette una cassetta in macchina e dice “questa è musica georgiana!”: quello che ascoltiamo è però un pezzo di sapore occidentale che ha ben poco a che fare con la musica georgiana. Penso sia un modo per dire che non è una persona autentica, che ha perso le sue radici… J: Sì, è come dici tu. Perché la canzone precedente, che avevamo sentito mentre eravamo coi militari sul confine con l’Ossezia e la Georgia, era una bellissima canzone di Hamlet Gonashvili, che è il più famoso cantante georgiano, il loro tesoro culturale. Poi andiamo sul taxi e ascoltiamo una musica moderna ed è esattamente come hai detto. Lui dice ‘questa è musica georgiana!’, ma la vera musica georgiana è quella che avevamo ascoltato prima. Il tassista non pensa alla guerra, non pensa alla Georgia, pensa ai soldi, pensa ad andare in America. È questo ho cercato di esprimerlo con il contrasto tra le due canzoni. Nel film sentiamo spesso il vento in sottofondo? È forse un omaggio a Kaurismäki? È un vento metaforico, giusto? J: Sì, esprime la solitudine, la durezza del posto in cui vivono. Ma non è stato fatto perché c’è anche nei film di Kaurismäki… A proposito, ho letto che Kaurismäki ha prodotto il tuo primo cortometraggio [Las huellas, 2003]… J: Sì, è una persona davvero straordinaria, mi piacciono molto i suoi film. Nel 2001 sono andato a casa sua a cercargli i soldi per fare un film e ho passato due bellissimi giorni con lui e sua moglie: abbiamo bevuto, abbiamo giocato a biliardo, abbiamo parlato di cinema. E alla fine è stato molto gentile e mi ha aiutato a fare il film… Ma per ritornare alla questione del vento, non è stato messo perché c’è nei suoi film… O forse l’ho fatto inconsciamente… Quello che è sicuro è che amo molto i suoi film. E questo corto di cosa parlava? J: Anche lì c’erano due storie, a prima vista non molto connesse tra di loro. La prima è quella di un uomo che arriva in una cittadina, va al bar e pensa di uccidersi. L’altra è quella di Guglielmo il conquistatore che nel 1066 si prepara ad invadere l’Inghilterra… Era un po’ strano: un uomo al giorno d’oggi che pensa di ammazzarsi e un altro mille anni fa che sta facendo conquiste importanti. Il fatto è che tutti e due hanno in comune il fatto di essere persone molto sole e silenziose. Qui a Bergamo abbiamo visto un altro film, Kenjac, che parla delle conseguenze della guerra sui rapporti umani. Ci sono film sulla guerra, o sul periodo successivo a una guerra, che ti hanno influenzato o che ritieni particolarmente importanti? J: Non lo so. Penso che il film più bello che abbia mai visto sulla guerra e su quello che succede alle persone durante una guerra sia Roma città aperta. Ma è un film talmente grande… Comunque, noi abbiamo voluto mettere la guerra sullo sfondo e focalizzarci sulle persone. Per concludere, su quali progetti stai lavorando? J: Adesso stiamo cercando di fare un film in Kazakistan. Una produzione più grossa. Abbiamo già avuto dei finanziamenti in Spagna. Stiamo cercando di avere i finanziamenti e i permessi anche in Kazakistan. Stiamo aspettando questo: se ci riusciamo sarà la prima coproduzione tra Spagna e Kazakistan.
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