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Intervista a Sergio Rubini su "Colpo d’occhio"L’Arte, l’Ambiguo e il Cinema rivelatoredi Enrico Ruffato Al Cinema Cinecity di Limena (Pd), il 19 Marzo è stato presentato, in anteprima per il Triveneto, il nuovo film di Sergio Rubini "Colpo d’Occhio".
In seguito alla proiezione, una conferenza stampa sull’opera. E qualche commento del regista, per NonSoloCinema, sull’Arte di e per Sergio Rubini.
Dopo la proiezione del film Colpo d’occhio Sergio Rubini, regista e coprotagonista dell’opera, e Riccardo Scamarcio e Vittoria Puccini, protagonisti, hanno presenziato a una conferenza stampa dove l’introduzione al film è stata fatta dal suo ideatore e regista. Sergio Rubini ha esposto i principali temi dell’opera e i suoi obiettivi nel girarla, sottolineando di avere individuato in essa un’analisi sulla pericolosità del successo, sull’incapacità dell’uomo di mantenerlo, e sull’ambiguità della vita. Per Rubini il conflitto fra ragione e istinto è ciò che scatena queste tematiche: motivo che lo ha portato a scegliere un attore come Riccardo Scamarcio, che si è personalmente definito "un attore sanguigno". Accanto a loro la musa ispiratrice, Vittoria Puccini, una bellezza elegante e semplice allo stesso tempo, che completa il triangolo già anticipato dalla locandina. Tre occhi, un rapporto. "Tre aspetti della stessa persona" dice Rubini, "legati dal successo delittuoso". Attraverso il film, intessuto di molteplici citazioni artistiche, prende vita un’immagine sui tempi moderni, fatti di perdita non solo dell’innocenza, ma anche di giustizia e dignità. "Un delitto senza castigo", conclude. Dunque l’arte che funzione ha, ormai? Semplice mercato? Mezzo? Orizzonte ormai irraggiungibile? E l’arte cinematografica? Sembra che per Rubini entrambe permettano di raccontare l’uomo moderno. Che purtroppo non ha più nulla di umano. NSC: Signor Rubini, come ha avuto l’idea di ambientare questo film nel mondo dell’arte? Essendo Colpo d’occhio un film sull’ambiguità e sull’inganno, come mai la scelta di ambientarlo nel mondo innocente per eccellenza? S.R.: In fondo credo che il mondo dell’arte non sia così innocente; ma in realtà io non ho voluto raccontare i temi sociologici di un ambiente, mi importava di raccontare il rapporto di un uomo con la sua ombra. Quest’ombra a mio parere non l’ha solo un artista, ce l’abbiamo tutti: c’è una parte dentro di noi che ci suggerisce di comportarci in un modo e ce n’è un’altra che ci suggerisce di comportarci in un altro. Non mi andava nemmeno di stabilire ciò che è giusto; non mi piace il bianco e il nero. Mi andava invece di rimanere in questa zona grigia, dove c’è questo conflitto tra la ragione e l’istinto, e di come a volte, se non si hanno degli strumenti - che possono essere i maestri, la famiglia, la cultura, il costume, o tutto quello che c’è intorno - questo dibattito può portare una persona a perdersi. NSC: Qual è il suo rapporto con l’arte cinematografica? Mi riferisco all’inizio del film, veramente interessante: lei parla, da curatore, della sala vuota come di una tela bianca, ma anche di un luogo in cui si narrerà una storia. Stiamo parlando solo della tela o anche del cinema, ovvero del riquadro bianco dello schermo? S.R.: Mi piaceva che in quel momento ci fosse una coincidenza tra l’allestimento di questa mostra che il critico ha in mente, ma anche di un prologo introduttivo del film, e anche a quello di un’opera teatrale. Il prologo porta a una dimensione in qualche modo tragica. Mi piaceva l’idea che in quel prologo ci fosse una sintesi di quello che sarà poi nel cinema, come accadeva nella tragedia greca - che poi riprenderà anche Shakespeare - in cui all’inizio compariva tutto ciò che si sarebbe poi svolto sulla scena. Nel prologo tutto è quindi già annunciato. NSC: Parlando delle opere di Gianni Dessì utilizzate nel film, come mai la scelta della sfera nera, per la scultura che Adrian plagia? Gianni Dessì parla di quest’opera come di un occhio cieco, l’occhio del critico. L’occhio dello spettatore che differenza presenta rispetto all’occhio dello critico, sia nel cinema che nell’arte? S.R.: Diciamo che l’occhio del critico è un occhio analitico, con un compito, quello di contestualizzare e storicizzare. L’occhio dello spettatore è un occhio più ingenuo, quindi io trovo che sia, più che un occhio, una bocca. Attraverso esso lo spettatore spesso si ciba. Il critico invece studia. Ma nella sfera di Claudio c’è, oltre l’occhio, un’impronta. Per quanto mi riguarda però la cosa più importante, oltre alla superficie lucida che sta dietro la mano, è la mano stessa. Mi piaceva. Quell’opera lì si contraddistingue anche come marchio di identità. Ed è come se, con quella mano, il plagio di Adrian fosse sempre evidente. Quando si dice “riconosco la sua mano”, ecco il senso. Quella mano non è la sua. Lì sta la zona oscura dei comportamenti umani studiati nel film. Foto a cura di Romina Greggio Copyright © NonSoloCinema.com - Romina Greggio
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