Intervista al regista Damiano Michieletto e allo scenografo Paolo Fantin

Alle radici di una passione

Damiano Michieletto e Paolo Fantin, rispettivamente regista e scenografo di alcuni recenti, discussi – e, in più d’un caso, premiati – allestimenti lirici, si raccontano.
Hanno poco più di sessant’anni in due, e lavorano in coppia già da quattro, precisamente dal 2005, quando firmarono assieme un musical a Modena.
Le modalità del loro approccio ad una realtà dello spettacolo dal vivo apparentemente lontana dal mondo attuale come l’opera lirica, e la loro estetica, da taluni avversata, li hanno resi noti fra i protagonisti del teatro contemporaneo, anche grazie alla vittoria del prestigioso Premio Abbiati 2008.
In tandem hanno realizzato fin’ora 7 opere liriche: “La gazza ladra” al Festival Rossini a Pesaro, “Il cappello di paglia di Firenze” al Teatro dell’Opera di Genova, “Jackie O” al Festival di Lugo e al Comunale di Bologna, “Lucia di Lammermoor” al Teatro dell’Opera di Zurigo, “Romeo et Juliette” alla Fenice, “Il ratto dal serraglio” al San Carlo di Napoli, e l’imminente “Scala di seta” che debutterà ad agosto al Rossini Opera Festival.

Da dove nasce la passione per l’opera lirica?

FANTIN: A me piace la musica lirica proprio come genere. Ce l’ho nell’ i-pod e la ascolto… Quando ho iniziato a fare l’Accademia non pensavo minimamente di andare a fare le opere liriche. Poi è diventata una vera passione.
L’opera lirica ha sempre un alone legato al passato. Penso che si debba proporre un evento che sia vivo oggi e tolga le ragnatele…che abbia una sua componente di stupore. Lo stupore è alla base della fascinazione teatrale.

MICHIELETTO: L’opera lirica è una invenzione geniale: ti racconto una storia e per farlo in modo più intenso ed emozionante trasformo le mie parole in melodia, in canto.
Ognuno di noi, ne sono certo, ha una canzone che lo fatto piangere… E’ il potere della musica. E quindi ecco spiegato tutto il suo fascino.

Come si riconoscono una bella scenografia e una bella regia?

MICHIELETTO: Il fattore tempo è quello che decide. La gestione della durata è il compito più difficile per creare una vero racconto scenico. Il regista insieme con lo scenografo devono saper gestire una durata: un problema che non hanno i pittori, gli scultori, gli architetti… Un bello spettacolo è quello dove trovi una forma che sia estetica e narrativa al tempo stesso e che non si esaurisca in una bella immagine. Agli inizi la scenografia era intesa come pittura di fondali. Ora è invenzione di uno spazio drammaturgico. Gestire il tempo significa cogliere un ritmo narrativo che è definito nella musica e che da li trova la sua massima ispirazione.

FANTIN: Si cerca sempre di non dare la risposta più facile. Visivamente si tratta di supportare la regia con una estetica che, come dire… ti rivolti un pò la frittata! Devi porre delle domande al pubblico che troverà le risposte strada facendo nel corso del racconto scenico. Ci deve essere una domanda che possa portare il pubblico in un viaggio. Uno spettacolo che non pone delle domande sarà uno spettacolo che non emoziona e si dimentica facilmente.

Come si affronta un melodramma con una estetica moderna?

FANTIN: Bisogna farlo diventare umano. Le storie parlano sempre di amori, emozioni che sono senza tempo. Il melodramma ha delle caratteristiche legate tecnicamente al suo tempo, al tempo in cui fu composto ma alla radice ha qualcosa che va oltre.
Nel nostro tempo, in cui a volte il melodramma fa un pò sorridere, è interessante far emergere le radici umane del melodramma. La scenografia non serve che racconti i luoghi del libretto, il luoghi storici, ma suggerisca dei drammi e delle visioni mentali interne ai personaggi. Nella scenografia tradizionale il massimo è già stato raggiunto. La ricostruzione tradizionale è un vicolo cieco, più di tanto non puoi andare avanti.

MICHIELETTO: In “Romeo e Juliette” alla Fenice, ad esempio, la storia inizia con una festa che il coro definisce “notte di follia, notte di ubriachezza” ed è il giorno in cui, come dice il padre, Giulietta è nata. Quindi l’incipit per me è stato quello di vederla come la festa di compleanno di Giulietta. E Giulietta è una ragazza. Quindi la festa di compleanno di una ragazza di oggi, dove si balla, si beve e ci si diverte. Su un walzer si può fare una coreografia hip-hop? Certo!

Ad alcuni non è piaciuta la vostra scelta e hanno trovato che la musica stridesse con la scena, che mancasse di poeticità o che fosse quasi una parodia. Come rispondete a questa critica?

FANTIN: Rispondo che non sono assolutamente d’accordo perché tutto era coerente con un progetto e con un racconto. Musicalmente non trovo che ci fosse nulla che andasse contro la musica. Certo, non era quello che uno si può aspettare e soprattutto l’inizio dell’opera aveva un impatto molto forte. Ma all’inizio si sta facendo una festa, no? e in scena c’era dunque una festa. I momenti romantici c’erano tutti, solo che non erano retorici e, di sicuro, non erano quello che il pubblico si aspettava.

MICHIELETTO: Il concetto di poetico è quanto mai inafferrabile. Non è poetica solo la luna nel cielo. Poetica è anche la sofferenza, il disagio e la sporcizia… La scena alla fine della festa con il braccio del giradischi che torna al suo posto oppure il duetto in cui Romeo dice addio a Giulietta mentre il giradischi la allontana lentamente sono poetici, come la musica richiedeva. Spesso il pubblico reagisce male quando sente tradita la sua aspettativa, come è successo un paio di mesi fa a Napoli con “Il ratto dal serraglio”, dove addirittura sul “Corriere della sera” scrivono che avremmo violato la sacralità del San Carlo. Una assurdità: in teatro non c’è nulla di sacro. Non è un luogo d culto, è un luogo di libertà!

Come la scenografia evolve il suo linguaggio?

FANTIN: I mezzi espressivi del nostro tempo sono incredibili: nuove luci, video, ologrammi, materiali sensibili ecc.. Se tutto questo viene usato e perchè no anche integrato a una tradizione con il fine di raccontare sensibilmente una storia e non solamente per seguire una estetica moderna allora può veramente farci avere uno sguardo più ampio al” futuro”, anche nell’opera lirica.
La scenografia parla con un linguaggio contemporaneo, attraverso nuove forme, nuovi materiali e nuovi concetti.
Nell’opera lirica il segno che uno scenografo mette sul palcoscenico deve essere in grado di raccontare una storia del passato attraverso il linguaggio del presente. Se il pubblico si riconosce, anche inconsapevolmente, in quello che vede lo spettacolo sarà vissuto con più intensità . Andare a teatro non è come andare al museo: ci deve lasciare qualcosa in più quando torniamo a casa.

E’ vero che l’opera lirica è morta e non ha più senso oggi?

MICHIELETTO: No. Oggi l’opera lirica deve definire con più coraggio e direi anche con più disinvoltura un suo linguaggio contemporaneo, guardando agli esempi più illuminanti del recente passato. Uno dei miei preferiti è Benjamin Britten. Oppure Leonard Bernstein. Bernstein ad esempio è morto 20 anni fa, cioè ieri l’altro, e ha scritto dei lavori bellissimi e pieni di ispirazione.
C’è anche una forte responsabilità politica legata a questo. Mi spiego.
Abbiamo fatto un’opera di Nino Rota, “Il cappello di paglia di Firenze”. Rota aveva iniziato a comporre quest’opera, tratta da un divertente vaudeville, ma poi aveva lasciato perdere.
Un giorno gli telefona il direttore del teatro di Palermo e gli dice “guarda che ho messo in cartellone la tua opera, sbrigati a finirla”. Così è successo che Rota ha tirato fuori le sue carte dal cassetto e ha finito la sua opera che oggi è una delle poche rimaste valide ed è stata fatta anche alla Scala.
Voglio dire che ci sono molti cassetti che potrebbero essere aperti se la politica e se il pubblico lo chiedesse con maggior determinazione. E penso che questo sia il futuro.

E nel vostro prossimo futuro cosa c’è in ballo?

La prossima settimana iniziamo le prove de “La scala di seta” al Festival Rossini. Il debutto sarà il 10 agosto. Poi fino alla primavera dell’anno prossimo abbiamo già molti impegni. Torniamo al teatro dell’Opera di Zurigo dove la direzione ci ha chiesto addirittura 2 opere nella stessa stagione: faremo due melodrammi di Verdi “Il corsaro” a novembre e “Luisa Miller” ad aprile.
A gennaio debutterà uno spettacolo di prosa “Tramonto” (di Renato Simoni) che girerà il Veneto per un paio di mesi e ci sarà poi “Romeo et Juliette” a Trieste e Verona.