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"Ip Man" di Wilson YipUn sereno sifudi Nicola Cupperi Siamo a Foshan, cittadina del sud della Cina famosa per la moltitudine di scuole di arti marziali, alla fine degli anni ’30, pochi mesi prima dell’inizio dell’occupazione giapponese. In mezzo agli svariati meastri di arti marziali della zona spicca Ip Man, grande esperto nell’arte della boxe cinese, meglio conosciuta sotto il nome di Wing Chun. Ip non dirige un scuola di lotta, ma in ogni caso è il più rispettato abitante di Foshan; la sua gentilezza e il suo incondizionato rispetto nei confronti del prossimo ne fanno il beniamino del vicinato.
Nonostante le premesse, all’arrivo dell truppe giapponesi comandate dal generale Miura a Foshan, anche Ip, come tutti i concittadini, è costretto a rinunciare a tutti i suoi privilegi e a vivere come un estraneo in casa. Gli invasori, infatti, occupano la bella casa del sifu (maestro) costringendolo a sopravvivere spalando carbone e a vivere in una catapecchia con la moglie e il figlio. Nel frattempo il generale Miura, anch’egli grande esperti di arti marziali, organizza giornalmente tornei di lotta fra occupati e occupanti; i cinese che escono vincitori da questi combattimenti ottengono un sacchetto di riso. Ip, uomo di grande onore e dignità, rifiuta categoricamente di sporcare la sua arte per il diletto dei giapponesi. Ma è costretto, suo malgrado, a scendere in campo quando gli abusi del generale si fanno veramente insostenibili. Finale epico obbligatorio e ben accetto. Il Wing Chun è un’antica e nobile arte marziale del sud della Cina; la leggenda vuole che sia stata creata da una monaca buddista e per questo gli esponenti delle altre scuole di lotta tendono a darle poco credito. A questo si aggiunga il fatto che il Wing Chun è un’arte marziale poco spettacolare, basata sull’efficacia della lotta e non sulla resa coreografica. Quando Wilson Yip ha scelto di rendere il giusto omaggio a Ip Man, uno dei maggiori sifu della storia moderna della Cina e maestro, negli anni ’50 a Hong Kong di un giovanissimo Bruce Lee, il timore che ne venisse fuori un film d’azione sottotono e poco spettacolare dev’essere saltato fuori. In realtà grazie alla squadra di consulenti, grazie alla direzione coreografica di una vera e propria leggenda come Sammo Hung e grazie soprattutto al talento tropo spesso sottovaluto del placido Donnie Yen, Ip Man, stavolta inteso come film, ha certamente raggiunto il livello di spettacolarità richiesto. In fondo si tratta di un film di genere, destinato all’esigente pubblico honkonghese e all’ancor più esigente zoccolo duro di fan delle pellicole di arti marziali presenti in tutto il mondo. Wilson Yip, regista attivo ormai da quindici anni, ha dedicato la più recente parte della sua carriera dietro la macchina da presa al cinema di arti marziali, costruendo un sodalizio di successo con Donnie Yen. Ip Man è senza alcun dubbio il coronamento di questa fruttuosa collaborazione: oltre a esseere stato un buon successo di botteghino in patria e nella Cina continentale, la pellicola ha vinto l’Hong Kong Film Award come miglior film dell’anno. In una cinematografia come quella dell’ex dominion brittanica, così abituata a non abusare del cinema di genere, il fatto che un film come Ip Man vinca un premio così prestigioso non rappresenta uno scandalo. L’ultimo lavoro di Wilson Yip, d’altronde, non propone niente di trascendentale, non aggiunge niente di nuovo; anzi, il finale ricolmo di didascalie scioviniste e storicamente poco accurate (evviva gli eufemismi) potrebbero addirittura infastidire lo spettatore. Eppure in questo biopic romanzato c’è qualcosa che colpisce e affascina. Potrebbe essere la messa in scena, pulita e funzionale, che convince ma in realtà non stupisce più di tanto; più probabilmente è l’insieme creato dalle splendide coreografie, dall’innocua e interessante trama e dalla spettacolare performance di Donnie Yen. Regia:
Wilson YIP
Anno:
2008
Durata:
107’
Stato:
Hong Kong
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