VEDI ANCHE |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
"Iron Road" di David Wu al Roma Fiction FestUna coproduzione Canada/Cina in 2 puntatedi Serena D’Urbano Per sopravvivere alla Cina del 1880, una monella di strada detta “Piccola Tigre” si traveste da ragazzo e sogna di salpare per la Montagna d’Oro alla ricerca del padre scomparso. Quando James Nichel, figlio di un ferroviere canadese, giunge in Cina per reclutare operai, Piccola Tigre lo convincerà ad assumerla grazie alla sua capacità di maneggiare esplosivi.
La serie ha inizio ad Hong Kong e tra storie di mafia cinese, piccoli drammi familiari e travestimenti elisabettiani analizza brevemente l’incursione della cultura americana in una Cina tanto povera quanto affascinante ed esotica. Assistiamo quindi al ritratto di un paese al quale rendono giustizia una stupenda fotografia, calda e luminosa, con una netta predominanza di rossi vivaci e colori accesi, e una scenografia imponente che fa leva su suggestivi e sterminati paesaggi, spettacolari albe e tramonti. La prima parte ricorda allo spettatore una sorta di Indiana Jones, fatta di rocamboleschi inseguimenti e combattimenti che si trasformano in gag quasi comiche, il tutto condito con effetti visivi talvolta gratuiti e ridondanti (l’eccessivo uso del ralenti per sottolineare il pathos di alcune scene così come, in seguito, del bianco e nero per i flashback della protagonista). La seconda parte, che segue il lungo viaggio degli operai cinesi dalla loro terra fino alla Golden Mountain, segna invece una cesura narrativa netta rispetto alla prima. Giunti in Canada, il racconto si fa più serio e drammatico, nella descrizione spietata del duro lavoro dei cinesi e dello sfruttamento perpetrato dai canadesi. Cresce nel frattempo l’amicizia tra “Piccola Tigre” e il giovane bianco James Nichel sino allo svelamento dell’identità di lei e all’amore contrastato tra i due, sentimento impossibile da viversi fino in fondo a causa di una distanza incolmabile tra i due mondi. Sebbene la regia sia quasi ineccepibile (ma è fredda e poco coinvolgente), la costruzione narrativa appare scontata: appena giunta in terra straniera la protagonista ritrova subito il padre perduto e sebbene l’identità dell’uomo venga svelata, e lei e al pubblico, molto più avanti, persino lo spettatore più inesperto è in grado di coglierne sin dall’inizio gli evidenti segnali. Un prodotto ben confezionato ma poco convincente Iron Road, nonostante disponga di budget elevati e bravissimi attori, tra cui figura anche uno stanco ma sempre grande Peter O’Toole.
|
|
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Applicazione SPIP | Web design HCE s.r.l. |
Registrazione al Tribunale di Venezia n.1491 del 24-09-2004 | Disclaimer | 2012 Creative Commons |





