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"It’s a bit complicated" degli Art BrutSecondo, riuscito, capitolo per la band londinesedi Fabrizio Montini È forse ‘un po’ complicata’ la musica di questo disco? Non si direbbe affatto. Basta ascoltarla: è energica e festosa nelle sonorità. Niente sofisticherie, ma intenzioni e idee giuste, da cui parte un rock rivitalizzante.
Sulla copertina campeggiano squadra e goniometro. Ma perché? Il riferimento è all’Art Brut? Quel movimento artistico che si è contraddistinto per aver raggruppato delle personalità agli antipodi dell’accademismo, e d’altro lato non lontane dalla pazzia. Quindi? La squadra e il goniometro sono gli emblemi della precisione della geometria; il titolo conferma che si tratta di una cosa complicata; ma l’Art Brut semmai è all’opposto della razionalità, essendo il risultato di gesti istintivi. Invece è tutta un’altra cosa, perché si riferiscono al fatidico secondo album, che è sempre ‘un po’ (più) complicato’ da realizzare rispetto all’esordio. Effettivamente, però, quella che scaturisce da questa unione di suoni, è energia grezza, così come lo era la corrente artistica che Dubuffet definì nei lontani anni ‘40. Qui c’è la voglia di divertirsi senza pudori e di far baldoria, senza pensare troppo; una sana boccata d’aria pura, in questo presente un po’ angoscioso. Un bis azzeccato per la band londinese, pompata dalla stampa inglese e capace fin dall’esordio di ottenere un riscontro internazionale (nella capitale alternativa, Berlino, ad esempio, sono apprezzati). Il chitarrista dell’album precedente è stato sostituito, e il leader della band, nonché giornalista del Guardian, Eddie Argos, è riuscito a sfornare un ‘pane’ fresco, croccante e anche un po’ speziato. Le canzoni sprigionano energia, adattandosi allo scopo che si sono prefissate; sotto l’insegna del ‘rock-party’, si mettono sulla scia dei vari The Fratellis e Franz Ferdinand, ma la percorrono con maggior carattere e originalità. Il disco suona molto omogeneo: ‘Direct Hit’ ha un forte impatto, è irresistibile nel suo andamento molto spinto; frammenti esaltanti si sentono sparsi ovunque, è il caso del coro finale di ‘I will survive’, ad esempio, che è una bella goduria; della melodia della chitarra di ‘People in love’, o del cambio finale di ‘Blame it on the trains’. Se si ascolta ‘St.Pauli’ - una canzone con il titolo che richiama il famoso quartiere della perdizione di Amburgo, il cui simbolo è un eloquente teschio piratesco - sembra di sentir cantare Joey Ramone mixato a Johnny Rotten. In effetti la voce del cantante e leader degli Art Brut, Eddie Argos, ha un accento molto vicino a quello dei due storici cantanti punk, e lo stile è quasi parlato, ma non tralascia di ruggire in alcuni punti; a contrapporsi si pone il resto degli strumenti, che ‘sbraitano’ invece sempre a tutto volume. In sostanza è questa la miscela che brucia nel motore di questa band, con l’aggiunta di testi ironici e divertenti, in perfetta armonia con tutto il resto del repertorio.
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